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AMORPHIS - Silent Waters
AT THE DRIVE-IN - Relationship of command
CIRCUS MAXIMUS - 1st Chapter
CIRCUS MAXIMUS - Isolate
DREAM THEATER - Metropolis pt.II: Scenes from a memory
DREDG - Catch without arms
EMERSON, LAKE & PALMER - Brain Salad Surgery
KING CRIMSON - In the court of the crimson king
MANOWAR - Gods of War
MARILLION - Anoraknophobia
MARILLION - Brave
MISANTHROPE - Visionnaire
MUSE - Black holes and revelations
ORPHANED LAND - Mabool
PORCUPINE TREE - The Incident
QUEENSRYCHE - Empire
QUEENSRYCHE - Hear in the now frontier
RAMMSTEIN - Mutter
SETH LAKEMAN - Freedom fields
SNOW PATROL - Eyes open
TESTAMENT - the Gathering
THE FRATELLIS - Costello music
THE TEA PARTY - Tangents: The Tea Party collection
TOOL - Lateralus
THRICE - Veisshu
TRANS-SIBERIAN ORCHESTRA - Christmas Eve and other stories/The Christmas attic
WARREL DANE - Praises to the war machine


Film recensiti:

300
V per Vendetta


Libri recensiti:

FEDERICO BUFFA - Black Jesus
LUIGI GUARNIERI - I Sentieri del cielo
STEPHEN KING - La storia di Lisey
THOMAS MANN - I Buddenbrook




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Le tracce che ho ascoltato recentemente:





Il mondo è diverso, se lo vivi di traverso ;-)












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16 ottobre 2009

PORCUPINE TREE - the Incident (2009)



I Porcupine Tree sono oggettivamente una delle band più significative nell'attuale panorama progressive, peculiari per la loro capacità di eccellere nell'arte delle piccole cose, virtù rara all'interno di un genere che quasi per definizione è ridondante ed eccessivo. E' così che nascono gemme come Trains o Lazarus, frutto della consapevolezza che per comporre ottima musica non è sempre necessario complicare oltremodo le cose, ed è sempre a causa di questa impostazione che un album pur complesso e cupo come Fear of a Blank Planet mantiene una sua semplicità strutturale che lo rende innanzitutto un insieme di emozioni prima che di note. La sensazione è quella di una band che non vive nell'ansia di dover dimostrare chissà cosa ma che lascia piuttosto che la musica fluisca naturalmente e senza forzature, priva di strumentismi esasperati, puntando piuttosto sul mood e sugli arrangiamenti, curatissimi e figli di una ricerca molto settantiana su suoni ed effetti.

Tutto a posto anche in the Incident quindi? Non esattamente. Una suite di 55 minuti non è probabilmente il campo da gioco ideale per una band come i PT, che finisce infatti per risultare meno efficace del solito. Difficile comporre pezzi di questa durata puntando tutto sull'atmosfera invece che su fiumi di note e convoluzioni strutturali, e d'altronde di Dark Side of the Moon ce n'è già uno.
Per alcuni versi the Incident è un lavoro assimilabile al precedente Fear of a Blank Planet, con il quale condivide l'oscurità del mood e una notevole compattezza complessiva in termini di sound, ma del quale paradossalmente risulta meno unitario, a dispetto del suo essere una unica composizione invece che solo un concept. Lì dove Fear of a Blank Planet riusciva a mantenere un filo logico costante, the Incident si perde invece tra canzoni vere e proprie e divagazioni ambient e intermezzi strumentali che suonano -spiace dirlo- più come riempitivi forzati che come parti funzionali ad un progetto. Se da un lato è vero che passaggi al limite di ambient e/o industrial non rappresentano una novità all'interno del sound dei PT (vedi Signify, per esempio), dall'altro in questo caso  sono fin troppo frequenti, risultando alla fine fuori contesto e contribuendo a confondere e distrarre l'ascoltatore. E' un album perso a metà strada: un insieme di canzoni distinte che vogliono travestirsi a tutti i costi da unica composizione, di fatto smarrendo il focus, alla ricerca come sono di una fluidità e di una scorrevolezza che non appartiene loro.
Ci troviamo di fronte ad un lavoro in cui i Porcupine Tree fanno esattamente il contrario di quello che dovrebbero (e sanno) fare: forzano e complicano gratuitamente le cose, esasperando le loro qualità fino a farne dei difetti, e la loro musica ne risente. Ed è un peccato, perchè se il buon Steven Wilson avesse lavorato su queste idee come al solito il risultato sarebbe stato indubbiamente superiore. Alla fine infatti i bei momenti, all'interno della suite, non mancano: the Incident, Octane Twisted, Drawing the Line. Dimostrazione ulteriore di quanto appena detto è la seconda parte di questo album, costituita da quattro tracce che con la suite non hanno nulla a che fare e che risultano -poco sorprendentemente- dirette ed efficaci come da tradizione.

In definitiva un album interlocutorio, pretenzioso per certi aspetti e probabilmente proprio per questo non riuscitissimo, ma comunque un album dei Porcupine Tree: qualcosa di interessante lo si trova sempre.
Per un capolavoro, si prega di ripassare (la stessa discografia della band, o eventualmente al prossimo album).




28 luglio 2008

WARREL DANE - Praises to the war machine (2008)



Praises to the war machine suona esattamente come ci si potrebbe aspettare che suoni l'album solista del cantante dei Nevermore: stesso sound, stessa tonalità, ovviamente stesso, inconfondibile stile canoro della band di origine. Unica, e anche prevedibile, differenza di rilievo è l'estrema semplicità della struttura delle canzoni, se paragonata alle convulsioni Nevermoreiane, con il focus del songwriting chiaramente bloccato sulle linee vocali. L'assenza di Jeff Loomis e soci si fa sentire e, vuoi per scelta, vuoi per necessità, l'aspetto strumentale, preponderante nel tessuto musicale dei Nevermore, resta qui invece in secondo piano, limitato al minimo indispensabile. Intendiamoci, il tappeto sonoro messo giù dagli accompagnatori di Warrel in questa sua avventura solista non demerita in senso assoluto, complice anche una ottima produzione, ma il confronto resta impietoso.


In ogni caso, il risultato delle fatiche di Dane non è per nulla disprezzabile, sebbene sia necessario qualche ascolto per liberarsi dell'impressione di stare ascoltando una radice quadrata dei Nevermore. Una volta sgombrata la mente da paragoni scomodi, si apprezza più facilmente la splendida prestazione offerta dal cantante, sia sotto l'aspetto più strettamente musicale, sia sotto quello interpretativo. Anche la maggiore leggerezza strumentale, intesa da un punto di vista compositivo, a lungo andare diventa un pregio, perchè non distrae dall'eccellente lavoro di Dane dietro al microfono. I momenti migliori dell'album sono quelli più lenti od emozionali, come Let you down, August  o la tematicamente impegnativa Brother, nei quali viene fuori nella sua interezza la travolgente forza interpretativa di Dane. Le canzoni più aggressive, come la opener When we pray o la conclusiva Equilibrium, sebbene riuscite, sono pervase da un profondo senso, probabilmente involontario, di vorrei (suonare come i Nevermore) ma non posso, e finiscono giocoforza per sembrare meno buone di quanto effettivamente siano.

In definitiva, Praises to the war machine è da valutare in maniera positiva, considerato anche che muoversi all'ombra di un nome impegnativo come quello dei geniali Nevermore non è per nulla facile, tanto più se il genere resta grosso modo lo stesso. Più che un progetto a sè stante, questa opera solista di Dane è infatti una variazione sul tema, è un "come suonerebbero i Nevermore se ne eliminassimo la complessità strumentale". La risposta è, suonerebbero come una ottima band normale, senza nulla togliere allo smisurato talento di Dane, oggi più che mai uno dei cantanti - e songwriter - di spicco della scena metal contemporanea.




permalink | inviato da laverita il 28/7/2008 alle 21:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



28 luglio 2008

QUEENSRYCHE - Hear in the now frontier (1997)



Sono dei Queensryche in pieno caos transizionale quelli di Hear in the now frontier. Spogliatisi di gran parte della complessità compositiva di matrice prog, ritrovato un sound più rock dopo l'escursione quasi pop di Promised Land, lo stile diventa qui più asciutto, diretto e ruvido e le canzoni si accorciano in durata. Chiari i riferimenti a quell'alternative rock quasi post-grunge che furoreggiava ai tempi, ma la band di Seattle non possiede nessuno dei difetti che il grunge elevò a virtù - limitate capacità tecniche e compositive, approccio depresso e deprimente - e il risultato è un album che non riesce ad essere credibile nè se inserito in un contesto più mainstream, nè ancora di più se valutato come il nuovo lavoro di una band di classe come i Queensryche. Persino Geoff Tate risulta autore di una prova vocale assolutamente mediocre, costretto com'è a muoversi in canzoni  dalla struttura piatta, che mortificano le sue immense qualità.
Nonostante tutto ciò, la classe e il talento dei 'ryche sono tali da riuscire a produrre qualcosa di buono anche in un contesto simile: l'opener Sign of the times è indubbiamente un pezzo più che discreto, al pari di Saved, e con Hero e soprattutto SpOOL si sentono echi dei Queensryche sperimentatori e progressive dei bei tempi. Non è probabilmente sufficiente a salvare l'album dalla mediocrità, ma in questo caso bisogna accontentarsi.




1 maggio 2008

TOOL - Lateralus (2001)




Cosa dire dei Tool... Concettuali, progressivi, complessi, moderni, geniali; ma anche pesanti, psicotici, angoscianti, contorti, involuti.
Di difficilissima assimilazione, a cominciare dagli enigmatici artwork, integrazione non trascurabile del messaggio musicale, e proseguendo con i video, estremamente curati e indiscutibilmente folli, gli album dei Tool, più che normali composizioni musicali, sono vere e proprie installazioni di arte moderna, esperienze sonore a più strati che si prestano a molte interpretazioni e a vari livelli di approfondimento.
Lateralus non fa eccezione. La complessità concettuale di questo album è sconcertante, basti accennare che l'album è permeato da una logica matematica - la cosiddetta geometria sacra, di cui il batterista Danny Carey è un appassionato - e nasconde, per chi ha la voglia e la pazienza di seguirne le contorsioni, conclusioni filosofiche non propriamente banali. Come esempio di questo legame tra matematica e musica citiamo l'utilizzo, nella title-track, della famosa serie di Fibonacci, in cui ogni elemento è pari alla somma  dei due precedenti, come schema di base per la batteria, con Corey che riproduce la serie fino al numero 13 per poi ricominciare da capo,  e per il testo - Black (1) Then (1) White are (2) All I see (3) in my infancy (5) Red and yellow then came to be (8) Reachin out to me (5) Lets me see (3).
A partire da questo e altri indizi e seguendo un ragionamento logico-matematico troppo complesso per essere qui riportato, alcuni fan sono arrivati a riposizionare le canzoni dell'album secondo un ordine diverso, che effettivamente sembra avere molto più senso, sia musicalmente che liricalmente - provare per credere, programmando il lettore secondo questo nuovo elenco: 6,7,5,8,4,9,3,10,2,11,1,12,13.

Lasciando ad ognuno la scelta di se continuare o meno nell'approfondimento del messaggio che i Tool hanno voluto nascondere in Lateralus e volendoci soffermare esclusivamente sull'aspetto musicale, questa opera riesce a stupire per la sua complessità anche sotto questo punto di vista. Canzoni lunghe e cupe, atmosfere dilatate ai limiti dello stoner (la title-track), tempi non comuni e a tratti assurdi (il 5/4 di the Grudge o il caos ordinato di Schism, che varia dai 12/8 ai 5/4 passando per qualsiasi altro tempo dispari o composto), dissonanze, interferenze sonore ai limiti del noise e su tutto il cantato disturbato e angosciante di un Keenan in forma straordinaria. Il sound è di una pesantezza estrema, non tanto e non solo a causa di una sezione ritmica a tratti tellurica, come in Ticks & Leeches o the Grudge, ma più in generale per l'aria che si respira lungo tutti gli 80 minuti dell'album, in cui rabbia, disperazione e alienazione si rincorrono prendendo allo stomaco l'ascoltatore, con la soffusa Reflection perfetto esempio di come si possa essere heavy anche senza pestare duro. Come molte altre grandi opere, non necessariamente solo musicali, la forza di Lateralus è nella sua capacità di disturbare, di trasmettere sensazioni nel basso ventre. L'ascolto completo dell'album è a tratti opprimente, ma lo scopo dell'Arte è nel comunicare efficacemente il messaggio che ci si è prefissati, e i Tool ci riescono benissimo.
Non mancano comunque momenti di più immediata presa, come la già citata opener the Grudge e i due singoli Schism e Parabola, canzoni eccellenti e che si imprimono rapidamente nella memoria, ma Lateralus è più che mai un album che necessita di essere considerato nella sua interezza per rivelare il suo incredibile valore. La parola capolavoro viene spesso abusata ma in questo caso è più che mai adatta.

Difficile paragonare i Tool ad altre band. Vengono in mente la lucida follia dei King Crimson, peraltro distantissimi quanto a sonorità, la complessità compositiva unita al ritmo cadenzato degli Opeth e il caos tempistico dei "matematici" del death metal Meshuggah, e poco altro. Senza dubbio i Tool sono una delle band più originali e complesse in circolazione. Contrariamente a quanto il loro vasto successo in termini di vendite potrebbe far pensare, apprezzarli fino in fondo richiede infatti tempo, voglia e pazienza.  Inutile dire che investire nei Tool è ampiamente consigliato.




permalink | inviato da laverita il 1/5/2008 alle 18:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



24 aprile 2008

MARILLION - Anoraknophobia (2001)




I Marillion sono un gruppo particolare nell'attuale panorama musicale. Dotati di un talento straordinario e di una classe compositiva di primissimo livello, vivono però da anni ai margini dell'industria musicale, che tende ad ignorarli almeno quanto il quintetto inglese ignora quella piaggeria di fondo che permea il panorama discografico e tutto quello che ad esso gira intorno. Ulteriore conferma di questo atteggiamento, così poco commerciale da sfiorare l'autolesionismo, sono le note di accompagnamento per la stampa di questo album, che avvertivano, con tono vagamente spocchioso, di recensirlo senza utilizzare una serie di parole-stereotipo, tra le quali "Genesis", "progressive rock" e "dinosauri", concludendo con la chiosa "vi sbagliate completamente riguardo ai Marillion". Non proprio la mossa migliore per accattivarsi le simpatie dei giornalisti.
Nonostante tutto ciò, la band nel corso degli anni ha saputo conquistarsi un seguito nutrito e fedelissimo, a tal punto che più di 12.000 fan hanno contribuito direttamente a finanziare la produzione di questo album acquistando in bianco Anoraknophobia addirittura mesi prima dell'inizio delle effettive registrazioni.

Venendo alla musica, inutile dire che la qualità è elevata come al solito, così come invariata è la formula di base, costituita da strumentismo elaborato ma mai invadente, atmosfere ricercate e testi ispirati. E' da anni ormai che è effettivamente difficile definire progressive il sound dei Marillion, perlomeno non secondo i canoni standard del genere, e questo è ancora più vero nel caso di questo album. Semmai la categoria più adatta è quella più generica di rock, a tratti addirittura pop per la leggerezza e l'immediatezza di certe melodie. Ad essere progressive però è la voglia di sperimentare, di cambiare, di racchiudere influenze disparate, cosa che rende difficile interpretare la direzione musicale intrapresa dalla band. Il risultato è vicino a Peter Gabriel e al suo gusto per la melodia di classe almeno quanto lo è alle atmosfere dub dei Massive Attack.

Le canzoni, pur se mediamente lunghe, risultano più catchy e immediate rispetto ai due più concettuali album precedenti e nel complesso non si rilevano cadute di tono, il livello resta eccelso dall'inizio alla fine come forse non accadeva dai tempi di Brave. Dal rock della diretta opener Between you and me alla elaborata Quartz con il suo testo intrigante, dalle melodie pop di Map of the world, la meno progressive del lotto, alle splendide Separated Out e This is the 21st century, Anoraknophobia non tradisce mai. L'eccellente produzione esalta le qualità di un sound ricercato, che ha nella coralità dell'esecuzione e nell'uniformità il suo punto di forza, con nessun elemento del suo ricco intreccio musicale a risultare ridondante o fuori luogo.

In breve, Anoraknophobia è l'ennesima conferma delle molte doti dei Marillion, band atipica e fuori dal coro. Pur essendo difficile indicare un singolo album in una discografia ricca di ottimi episodi come quella degli inglesi, Anoraknophobia riesce nell'arduo compito di spiccare come primus inter pares al fianco di veri e propri capolavori come Brave, Marbles o Misplaced Childhood




17 aprile 2008

LUIGI GUARNIERI - I sentieri del cielo (2008)



Ambientato nella Calabria del 1863, all'indomani della proclamazione del Regno d'Italia, I Sentieri del Cielo affronta la nascita della annosa Questione Meridionale, utilizzando come punto di partenza la narrazione degli scontri tra le milizie del Regno, calate nel Mezzogiorno dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie e alle quali era assegnato il compito di fare l'Italia, e le numerose bande di ribelli ed ex soldati borbonici in rivolta contro il potere piemontese, accusato di salvaguardare gli interessi di poche decine di latifondisti a scapito di quelli del popolo, ridotto in condizioni di estrema povertà.

Guarnieri ci racconta quindi lo scontro tra lo squadrone capitanato dal Maggiore Albertis e la banda del famigerato Evangelista Boccadoro, e nel farlo ci consegna il quadro, eccezionalmente vivido, di una terra sconvolta da una vera e propria guerra civile, in cui la violenza, spropositata e perpetrata in egual modo da ribelli e soldati, non risparmia nessuno. Le ragioni di ambo gli schieramenti vengono fatte emergere nella narrazione ma a nessuno dei due viene riconosciuta una superiorità morale. Esponenti di due culture agli antipodi e rappresentanti di interessi divergenti, le due parti in causa portano infatti avanti una guerriglia insensata, in cui la ragione degli uomini, persa dietro considerazioni politiche, economiche e culturali, non sempre è dove ci si aspetta di trovarla.

Notevole, come sempre nei libri di Guarnieri, è l'accuratezza della ricostruzione storica, frutto di ricerche approfondite ed estese. La regione dei monti della Sila viene descritta con ricchezza di particolari ma è tutta l'ambientazione, in senso più ampio, ad essere delineata con mirabile perizia. Il inguaggio usato è crudo e scarno, denso di dettagli, efficace nel trasmettere la freddezza meccanica della battaglia. I personaggi vengono dipinti con pochi, abili tratti, trasmettendoci quindi quel senso di spersonalizzazione tipico di ogni conflitto armato, in cui la vita umana ha poco valore e l'obiettivo da raggiungere giustifica ogni mezzo. Il ricorso al dialetto, al tempo unica lingua parlata in loco, è funzionale al tentativo, riuscitissimo, di farci comprendere la cultura di una terra arcaica e misteriosa, dilaniata da una povertà ad di là dell'immaginazione, lontanissima dal concetto odierno di civiltà. Evidente il contrasto culturale con i soldati piemontesi, calati in una realtà aliena e dei cui abitanti non conoscono nulla, tantomeno la lingua. La spaccatura è insanabile, comprendere le ragioni dei propri oppositori impossibile.

I sentieri del cielo
riesce perfettamente nel duplice intento di raccontare una storia affascinante e di ricreare uno spaccato credibile di un periodo storico a noi vicino temporalmente eppure estremamente distante dal punto di vista socio-culturale, dandoci così le chiavi per l'interpretazione di avvenimenti contemporanei che proprio in quell'epoca, fondamentale nella storia del nostro Paese, affondano le radici.
Guarnieri si riconferma scrittore di enorme talento, unico nel panorama italiano per la sua capacità di affiancare, ad un approccio mai improvvisato e a contenuti di elevata ricchezza culturale, una fruibilità e scorrevolezza di lettura tipica dei romanzi meglio riusciti.

Altamente consigliato. Opere di questa caratura sono merce rara.




permalink | inviato da laverita il 17/4/2008 alle 17:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



15 aprile 2008

MISANTHROPE - Visionnaire (1997)



Prodotto da Frederik Nordstrom nei famosi Fredman Studios di Goteborg, Visionnaire dei francesi Misanthrope è un album dotato di indubbio fascino. Le maggiori influenze vanno rintracciate chiaramente nel death metal svedese - non a caso la scelta dello studio di produzione - ma i Misanthrope sono band dalla grande personalità e il loro è uno stile estremamente originale, che fa della teatralità uno dei suoi elementi chiave. In questa ottica, eccellente è la prestazione vocale del cantante SAS De L'Argilliere, che spazia dal growling classico ad un recitato di notevole effetto, mantenendo sempre una grande aggressività, in questo sorprendentemente aiutato dall'ampio uso del francese, e riuscendo a donare ai pezzi una grande varietà. L'album risulta quindi molto piacevole all'ascolto per questa capacità dei Misanthrope di riuscire a cambiare spesso marcia, anche all'interno della stessa canzone, senza per questo perdere di uniformità. Sulla già citata struttura death metal di base, molto cadenzata senza però risultare pesante, si incastonano infatti aperture sinfoniche, passaggi arpeggiati, rotture di impronta teatrale affidate alla grande capacità interpretativa di SAS De L'Argilliere, persino sfuriate in pieno stile black metal, il tutto suonato con una pulizia e una perizia tecnica davvero rimarchevole, con su tutti il basso di jean-Jacques Moréac, vera anima pulsante del sound dei Misanthrope.

Per qualche strano motivo la band non ha purtroppo mai riscosso un grande successo di pubblico  e anche la critica li ha spesso ampiamente ignorati, nonostante la grande qualità degli album prodotti e la notevole personalità stilistica. Questo Visionnaire resta però una gemma da scoprire e da non dimenticare. Canzoni come Batisseur de Cathédrales, con i suoi continui cambi di genere, o come 2666 e la sua splendida apertura affidata al basso di Moreac, sono pezzi di livello davvero elevatissimo, in senso assoluto. L'album è eccezionale dalla prima all'ultima nota: maturo, originale, sorprendente, splendidamente suonato, mai banale. Fare di più è davvero difficile.




4 aprile 2008

CIRCUS MAXIMUS - Isolate (2007)



Ogni tanto ci si imbatte in nuove band promettenti ed ogni tanto, anche se più raramente, qualcuna di queste band promettenti effettivamente compie il tanto sperato quanto complesso salto di qualità. I Circus Maximus sono una di queste. Li avevamo lasciati con un interessante primo album, che metteva in evidenza delle chiare potenzialità ma che era afflitto da una mancanza di originalità che ne comprometteva il risultato finale, li ritroviamo oggi con un secondo lavoro che ne corregge in maniera quasi chirurgica i difetti, mantenendo al contempo quelle qualità che tanto avevano fatto ben sperare.

Parlare di originalità al giorno d'oggi è sempre un affare complesso e, sebbene i Circus Maximus non saranno probabilmente mai i Pain of Salvation quanto ad innovazione e particolarità, con questa nuova uscita sono comunque riusciti a crearsi,
pur rimanendo ancorati ai quasi inevitabili clichè di genere, una certa identità musicale, di sicuro sufficiente a permetter loro di uscire dall'ingombrante cono d'ombra di Dream Theater e Symphony X, principali ispiratori del loro sound.

I Circus Maximus di Isolate suonano forse un po' meno progressive e un po' più AOR, con la melodia ad acquisire un ruolo più importante rispetto al passato, spostando quindi in questa direzione, anche se in maniera non esageratamente marcata, quell'equilibrio tra complessità compositivo/strumentale e immediatezza di cui si parlava nella recensione del lavoro precedente. Il risultato è un sound meno debitore nei confronti dei mostri sacri del prog e più aperto ad influenze hard rock, con il cantato di Eriksen, ma non solo, a spingere in questa direzione.

Qualitativamente il livello delle composizioni resta alto, con in più il vantaggio di non soffrire di quella fastidiosa e ingombrante sensazione di deja-vu che affliggeva 1st Chapter. L'opener A Darkened Mind, con il suo succedersi di riuscite fughe strumentali e la splendida voce di Eriksen ad esplodere in un refrain estremamente orecchiabile, segna le coordinate stilistiche su cui si muoveranno le successive canzoni. La seguente Abyss è forse l'episodio migliore dell'album, con un plauso particolare alle eccellenti linee vocali, davvero notevoli per ricercatezza ed immediatezza. Wither, con il suo attacco in tipico stile DT, dimostra che la band non si è ancora completamente lasciata alle spalle certe influenze, salvo poi aprirsi in un refrain quasi hard rock anni '80, ed è ancora un buon momento. La affascinante e immediata power ballad Zero vede Eriksen nuovamente sugli scudi con una prestazione di sicuro impatto emozionale, mentre con la splendida Mouth of Madness si superano i dieci minuti e viene confermata l'abilità della band nel tessere elaborati intrecci strumentali.

Isolate ci consegna quindi una band in chiara progressione, non più solo un prospetto ma una solida realtà. L'album è decisamente ottimo e consigliato a tutti, mentre ai Circus Maximus va l'invito a continuare su questa strada, che sembra più che mai quella giusta.
La genialità di gruppi come Pain of Salvation o, guardando un po' più al passato, Psychotic Waltz è presumibilmente fuori portata, a meno di folgorazioni improvvise; la band si muove sì su territori conosciuti, ma lo fa con cognizione di causa e ottimi risultati.




4 aprile 2008

CIRCUS MAXIMUS - 1st Chapter (2005)



Opera prima del quintetto progressive norvegese, 1st Chapter è chiaramente un buon debutto. Certo, l'originlità non abita propriamente da queste parti: Dream Theater (la peraltro valida Sin, lo strumentale Biosfear) e Symphony X (Glory of the empire - qualcuno ha detto "The Accolade"?), tra gli altri, fanno sentire pesantemente la loro influenza, probabilmente anche oltre quanto sarebbe lecito. Nonostante ciò, la band confeziona canzoni che funzionano, forte di una abilità tecnica più che adeguata e di un songwriting di livello che, se da un lato non riesce nell'integrazione degli immancabili riferimenti ai mostri sacri del genere in uno stile personale, dall'altro è decisamente sufficiente a far prevedere un futuro roseo per la band.

A colpire è la maturità con la quale i Circus Maximus si muovono all'interno di un genere complesso e per certi versi inflazionato come il progressive. Come già detto, 1st Chapter è infatti un album che funziona e il livello qualitativo si mantiene mediamente alto lungo tutti i quasi 70 minuti di durata. Da apprezzare è la ricerca di un equilibrio, raggiunto, tra approccio marcatamente progressive, che non può prescindere da fughe strumentali e contorsionismi compositivi, e immediatezza di base, di certo facilitata dall'ottimo cantato a tratti quasi di stampo AOR/hard rock del singer Michael Eriksen, sempre alla ricerca della melodia più che del virtuosismo fine a sè stesso.

Se la palese mancanza di originalità può a volte risultare quasi irritante, non si può comunque negare che l'album sia ricco di ottimi momenti: la già citata Glory of the empire è sì estremamente Symphony X sia nel sound che nel songwriting, ma resta una ottima canzone; l'orecchiabile Alive si imprime subito nella memoria, Silence from Angles Above è semplicemente splendida e la lunga 1st Chapter è un buon esempio di abilità compositiva, pur con i suoi continui rimandi ai DT.

In definitiva 1st Chapter è complessivamente un buon esordio per una band da tenere d'occhio. I pezzi sono infatti quasi tutti al loro posto, dall'abilità tecnica al cantante ispirato, senza dimenticare la citata capacità di trovare un punto di equilibrio tra anima progressive e orecchiabilità, da sempre considerata all'interno del genere come una sorta di quadratura del cerchio, tanto fondamentale quanto difficile da raggiungere. E' proprio questa caratteristica che fa ben sperare per il futuro. Se i Circus Maximus riusciranno nell'impresa di crearsi un sound personale, senza con questo perdere per strada il suddetto equilibrio compositivo, il progressive avrà guadagnato una grande band. Nel frattempo, questo album è comunque più che consigliato agli amanti del genere - il prog è pieno di straordinari strumentisti, un po' meno di gente in grado di scrivere canzoni che abbiano un senso, e i Circus Maximus questo lo sanno fare.




3 aprile 2008

AMORPHIS - SIlent Waters (2007)



Nuovo album per i finlandesi Amorphis, ed è ancora una volta una ottima prova. Abbandonati fin dal loro terzo album i territori relativamente sicuri del classico death metal scandinavo degli esordi, gli Amorphis hanno saputo ricrearsi, praticamente senza soluzione di continuità, una nuova identità stilistica caratterizzata da elementi acustici, pesanti influenze folk (per la verità presenti in nuce anche nei primi lavori della band) ed una rinuncia quasi totale al cantato growl.

Se i primi album dopo la "svolta" - Am Universum e Tuonela - erano stati di forte rottura con il passato, gli ultimi due - Eclipse e questo Silent Waters - vedono il raggiungimento di una sorta di equilibrio tra la vocazione "progressive", folk e acustica più recente e il death metal delle origini. Canzoni più aggressive e veloci si succedono a ballate acustiche di chiara matrice folk, mentre growl e voce pulita si dividono le linee vocali come due facce della stessa medaglia, dando la sensazione che la band abbia ormai ben definito ed interiorizzato una cifra stilistica estremamente varia ma comunque dotata di una unica identità.

Se da un lato gli episodi più aggressivi richiamano immediatamente alla memoria i migliori Opeth, dei quali gli Amorphis hanno indubbiamente la stessa classe di fondo, bisogna anche ammettere che i momenti più riusciti dell'album sono rappresentati dai pezzi più folk e meno dichiratamente "metal", come la splendida ballata acustica Enigma, davvero notevole, o l'altrettanto affascinante I of crimson blood. E' in questi casi che gli Amorphis suonano al loro meglio, dimostrando in pieno la loro eccezionalità, sia qualitativa che stilistica, nel panorama musicale contemporaneo.

Tematicamente Silent Waters prende nuovamente ispirazione dalla mitologia finlandese, segnatamente dal Kalevala, sorta di epopea nazionale, e da uno dei suoi protagonisti, Lemminkäinen, che rappresenta simbolicamente il lato guerresco e sensuale dell'uomo. Lemminkäinen chiede a Louhi la mano della figlia, che gli sarà concessa se riuscirà a portare a termine tre prove, elencate nella già citata Enigma: catturare l'alce di Hiisi, domarne lo stallone infuocato e catturare il cigno a guardia del fiume dell'oltretomba Tuonela. Mentre l'eroe riesce a portare a termine le prime due, l'ultima gli sarà fatale: verrà infatti ucciso e gettato nel fiume, come descritto in The White Swan.

In definitiva Silent Waters, pur senza essere il miglior lavoro degli Amorphis, è comunque un album di rara bellezza e ne conferma nuovamente le eccezionali qualità. E' vero che, in questi casi, parlare di singoli album ha poco senso. Gli Amorphis sono una delle band qualitativamente più importanti e personali degli ultimi anni e vale sempre la pena ascoltare cosa hanno da dire.


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permalink | inviato da laverita il 3/4/2008 alle 19:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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