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16 ottobre 2009

PORCUPINE TREE - the Incident (2009)



I Porcupine Tree sono oggettivamente una delle band più significative nell'attuale panorama progressive, peculiari per la loro capacità di eccellere nell'arte delle piccole cose, virtù rara all'interno di un genere che quasi per definizione è ridondante ed eccessivo. E' così che nascono gemme come Trains o Lazarus, frutto della consapevolezza che per comporre ottima musica non è sempre necessario complicare oltremodo le cose, ed è sempre a causa di questa impostazione che un album pur complesso e cupo come Fear of a Blank Planet mantiene una sua semplicità strutturale che lo rende innanzitutto un insieme di emozioni prima che di note. La sensazione è quella di una band che non vive nell'ansia di dover dimostrare chissà cosa ma che lascia piuttosto che la musica fluisca naturalmente e senza forzature, priva di strumentismi esasperati, puntando piuttosto sul mood e sugli arrangiamenti, curatissimi e figli di una ricerca molto settantiana su suoni ed effetti.

Tutto a posto anche in the Incident quindi? Non esattamente. Una suite di 55 minuti non è probabilmente il campo da gioco ideale per una band come i PT, che finisce infatti per risultare meno efficace del solito. Difficile comporre pezzi di questa durata puntando tutto sull'atmosfera invece che su fiumi di note e convoluzioni strutturali, e d'altronde di Dark Side of the Moon ce n'è già uno.
Per alcuni versi the Incident è un lavoro assimilabile al precedente Fear of a Blank Planet, con il quale condivide l'oscurità del mood e una notevole compattezza complessiva in termini di sound, ma del quale paradossalmente risulta meno unitario, a dispetto del suo essere una unica composizione invece che solo un concept. Lì dove Fear of a Blank Planet riusciva a mantenere un filo logico costante, the Incident si perde invece tra canzoni vere e proprie e divagazioni ambient e intermezzi strumentali che suonano -spiace dirlo- più come riempitivi forzati che come parti funzionali ad un progetto. Se da un lato è vero che passaggi al limite di ambient e/o industrial non rappresentano una novità all'interno del sound dei PT (vedi Signify, per esempio), dall'altro in questo caso  sono fin troppo frequenti, risultando alla fine fuori contesto e contribuendo a confondere e distrarre l'ascoltatore. E' un album perso a metà strada: un insieme di canzoni distinte che vogliono travestirsi a tutti i costi da unica composizione, di fatto smarrendo il focus, alla ricerca come sono di una fluidità e di una scorrevolezza che non appartiene loro.
Ci troviamo di fronte ad un lavoro in cui i Porcupine Tree fanno esattamente il contrario di quello che dovrebbero (e sanno) fare: forzano e complicano gratuitamente le cose, esasperando le loro qualità fino a farne dei difetti, e la loro musica ne risente. Ed è un peccato, perchè se il buon Steven Wilson avesse lavorato su queste idee come al solito il risultato sarebbe stato indubbiamente superiore. Alla fine infatti i bei momenti, all'interno della suite, non mancano: the Incident, Octane Twisted, Drawing the Line. Dimostrazione ulteriore di quanto appena detto è la seconda parte di questo album, costituita da quattro tracce che con la suite non hanno nulla a che fare e che risultano -poco sorprendentemente- dirette ed efficaci come da tradizione.

In definitiva un album interlocutorio, pretenzioso per certi aspetti e probabilmente proprio per questo non riuscitissimo, ma comunque un album dei Porcupine Tree: qualcosa di interessante lo si trova sempre.
Per un capolavoro, si prega di ripassare (la stessa discografia della band, o eventualmente al prossimo album).



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