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Libri recensiti:

FEDERICO BUFFA - Black Jesus
LUIGI GUARNIERI - I Sentieri del cielo
STEPHEN KING - La storia di Lisey
THOMAS MANN - I Buddenbrook




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Le tracce che ho ascoltato recentemente:





Il mondo è diverso, se lo vivi di traverso ;-)












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17 aprile 2008

LUIGI GUARNIERI - I sentieri del cielo (2008)



Ambientato nella Calabria del 1863, all'indomani della proclamazione del Regno d'Italia, I Sentieri del Cielo affronta la nascita della annosa Questione Meridionale, utilizzando come punto di partenza la narrazione degli scontri tra le milizie del Regno, calate nel Mezzogiorno dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie e alle quali era assegnato il compito di fare l'Italia, e le numerose bande di ribelli ed ex soldati borbonici in rivolta contro il potere piemontese, accusato di salvaguardare gli interessi di poche decine di latifondisti a scapito di quelli del popolo, ridotto in condizioni di estrema povertà.

Guarnieri ci racconta quindi lo scontro tra lo squadrone capitanato dal Maggiore Albertis e la banda del famigerato Evangelista Boccadoro, e nel farlo ci consegna il quadro, eccezionalmente vivido, di una terra sconvolta da una vera e propria guerra civile, in cui la violenza, spropositata e perpetrata in egual modo da ribelli e soldati, non risparmia nessuno. Le ragioni di ambo gli schieramenti vengono fatte emergere nella narrazione ma a nessuno dei due viene riconosciuta una superiorità morale. Esponenti di due culture agli antipodi e rappresentanti di interessi divergenti, le due parti in causa portano infatti avanti una guerriglia insensata, in cui la ragione degli uomini, persa dietro considerazioni politiche, economiche e culturali, non sempre è dove ci si aspetta di trovarla.

Notevole, come sempre nei libri di Guarnieri, è l'accuratezza della ricostruzione storica, frutto di ricerche approfondite ed estese. La regione dei monti della Sila viene descritta con ricchezza di particolari ma è tutta l'ambientazione, in senso più ampio, ad essere delineata con mirabile perizia. Il inguaggio usato è crudo e scarno, denso di dettagli, efficace nel trasmettere la freddezza meccanica della battaglia. I personaggi vengono dipinti con pochi, abili tratti, trasmettendoci quindi quel senso di spersonalizzazione tipico di ogni conflitto armato, in cui la vita umana ha poco valore e l'obiettivo da raggiungere giustifica ogni mezzo. Il ricorso al dialetto, al tempo unica lingua parlata in loco, è funzionale al tentativo, riuscitissimo, di farci comprendere la cultura di una terra arcaica e misteriosa, dilaniata da una povertà ad di là dell'immaginazione, lontanissima dal concetto odierno di civiltà. Evidente il contrasto culturale con i soldati piemontesi, calati in una realtà aliena e dei cui abitanti non conoscono nulla, tantomeno la lingua. La spaccatura è insanabile, comprendere le ragioni dei propri oppositori impossibile.

I sentieri del cielo
riesce perfettamente nel duplice intento di raccontare una storia affascinante e di ricreare uno spaccato credibile di un periodo storico a noi vicino temporalmente eppure estremamente distante dal punto di vista socio-culturale, dandoci così le chiavi per l'interpretazione di avvenimenti contemporanei che proprio in quell'epoca, fondamentale nella storia del nostro Paese, affondano le radici.
Guarnieri si riconferma scrittore di enorme talento, unico nel panorama italiano per la sua capacità di affiancare, ad un approccio mai improvvisato e a contenuti di elevata ricchezza culturale, una fruibilità e scorrevolezza di lettura tipica dei romanzi meglio riusciti.

Altamente consigliato. Opere di questa caratura sono merce rara.




permalink | inviato da laverita il 17/4/2008 alle 17:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



29 dicembre 2006

STEPHEN KING - La storia di Lisey (2006)



Stephen King è indubbiamente da considerare uno dei più grandi scrittori contemporanei. Il "re del brivido" ha da tempo cambiato registro e l'horror degli inizi ha lasciato spazio a storie intimiste, costruite intorno a personaggi splendidamente delineati e credibili. Nessun altro autore è capace di descrivere in maniera così sorprendentemente viva le piccole cose, la normalità, la vita ordinaria, i rapporti interpersonali, i processi di pensiero di persone comuni. La sua innata capacità di comprensione e descrizione della psiche umana, insieme ad una maniera di scrivere estremamente vivace e "down to earth", crea personaggi dalla profondità e complessità notevole, che ricevono da King il dono di una vita propria, perchè è impossibile considerare la Lisey di questo libro, per citarne uno, un parto dell'immaginazione. Lisey esiste, e continua ad esistere anche una volta chiuso il libro.
Ovviamente, oltre a personaggi credibili e scrittura scorrevole, non può essere trascurata l'eccezionale fantasia di King nell'inventare storie sempre in bilico tra realtà e assurdo, ed anche in questo ambito tutto risulta estremamente naturale, come se ogni cosa fosse una logica conseguenza della precedente, anche quando si scivola a folle velocità nell'impossibile. King è infatti un eccellente descrittore della normalità e da sempre i suoi sono libri che parlano delle persone e delle loro reazioni normali alle anormalità con cui vengono a contatto, e non resoconti di avvenimenti ai confini della realtà. Anche nei suoi primi lavori, quando le tematiche affrontate erano molto più a tinte fosche, i personaggi di King sono sempre rimasti ancorati alla realtà, ed è sempre intorno a loro che viene costruita la storia. Gli eventi irrazionali sono un contorno, costituiscono l'ambientazione in cui le persone si muovono, e King è più interessato alla psiche dei suoi personaggi che alla quantità di sangue versato. Personalmente ho infatti sempre faticato ad etichettare uno scrittore del calibro e della profondità di King come horror. Nei suoi libri c'era, e a maggior ragione c'è adesso che da quel genere si è allontanato, molto di più.
La storia di Lisey è uno dei lavori più validi tra gli ultimi del ragazzo (King resta sempre un ragazzo, nonostante l'età) del Maine; già si è accennato dello splendido realismo di Lisey, resta da riportare la meravigliosa vivacità del lessico utilizzato da King, che se spesso è ricorso all'utilizzo di termini inventati per conferire personalità ai suoi protagonisti, raramente lo ha fatto con tale abilità. Il risultato è forcutamente (per usare un Kinghismo) efficace: questo è un libro che non si legge ma si ascolta parlare. Purtroppo non sono riuscito a mettere le mani sulla versione in lingua originale e mi sono dovuto accontentare della traduzione in italiano che, seppur buona, toglie immancabilmente qualcosa alla straordinaria abilità di paroliere di King.
E' inutile soffermarsi sulla trama, peraltro misteriosa come sempre e estremamente coinvolgente: è l'affresco nella sua totalità che fa il capolavoro. I tempi dei grandi lavori maestosi e apocalittici alla It e L'ombra dello scorpione sono passati; qui siamo quasi al minimalismo, ma l'efficacia è rimasta la stessa.
Chi ama King avrà già divorato il libro, chi lo ha sempre guardato con superiore distacco fa ancora in tempo a pentirsi e ad avvicinarsi, attraverso uno dei suoi lavori più maturi, ad un Grande della Letteratura contemporanea.
Ma mi raccomando, non chiamate la cosa con l'infinito fianco variolato...





permalink | inviato da il 29/12/2006 alle 19:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa



6 dicembre 2006

FEDERICO BUFFA - Black Jesus - the anthology (2002)




<<Coach Dave Arsenault: "(...) Poi sono diventato allenatore. Ho studiato il regolamento FIBA e con la storia dei 30 secondi ho pensato che fosse possibile un solo ribaltamento di lato per azione (...) Poi quando hanno portato il limite a 35 secondi anche qui ho elaborato "il Sistema". Questi sono i sacramenti per vincere una partita: 1) la mia squadra deve prendere almeno 94 tiri a partita, di cui la metà devono essere delle triple. 2) i nostri avversari devono perdere almeno 32 palloni. 3) dobbiamo prendere almeno 30 tiri più di loro. 4) dobbiamo segnare in occasione di almeno un terzo dei nostri errori (...) 5) l'ideale nostra situazione è a -10 a dieci minuti dalla fine."
Scientifico. A costo di apparire blasfemo, premesso che mentre annotavo sul taccuino non sempre la penna scorreva senza balzi, direi che la caduta dell'asino sulla via di Damasco di Saul, meglio noto come Paolo di Tarso (poi addirittura popolarissimo come S.Paolo), è il solo episodio che mi sovvenga abbia prodotto un effetto più profondo su mente umana, rispetto al giorno in cui coach Arsenault studiò il regolamento FIBA>>

Imprescindibile per chiunque ami il basket a stelle e strisce, Black Jesus è una lettura che risulta gradevolissima anche per chi sia semplicemente interessato ad approfondire certi aspetti della cultura americana. Il basket in America, sia a livello professionistico che amatoriale, è infatti più di un semplice sport, è uno stile di vita con delle sue regole ben definite, saldamente legate ad un codice della strada tanto anacronistico quanto reale; un mondo dove si vive o si muore per mantenere la propria reputazione, un mondo dove il testosterone si misura a chilate e dove la personalità e l'ego (che infatti è spesso e volentieri smisurato, in quelli che "ce l'hanno fatta") contano almeno quanto le qualità tecniche.
Federico Buffa, forte della sua esperienza di vita negli USA e della sua conoscenza diretta del mondo NBA ma non solo, ci introduce in una realtà per noi italiani assolutamente aliena, tratteggiando ritratti sempre interessanti di un buon numero di personaggi più o meno fondamentali del basket americano, dalle stelle più affermate della lega professionistica ai miti delle high school, con una attenzione particolare per le storie meno conosciute e sempre con il suo stile vivissimo e infarcito di slang e iperboli, per una maniera di scrivere tipicamente americana. Vi abituerete a sentir chiamare "pino" la panchina e "presidenti spirati" i dollari, tanto per citare due esempi, in un tentativo, peraltro riuscitissimo, di trasmettere in italiano l'incredibile vivacità della lingua "da strada" americana, ancor più fondamentale perchè un certo slang cestistico, e si ritorna all'aspetto culturale, è l'unica lingua accettata nei playground, che sono poi i luoghi in cui si formano il 90% dei giocatori professionisti.
Buffa ci guida per mano attraverso una serie interminabile di aneddoti a volte incredibili a volte grotteschi, vissuti in prima persona, in cui la surrealità (ai nostri occhi) di certe situazioni si mischia con l'assoluta nonchalance con la quale queste stesse situazioni vengono vissute dai protagonisti, tracciando nel contempo un ritratto fedele della America di provincia e delle periferie degradate delle metropoli, luoghi in cui la palla a spicchi diventa elemento centrale e attorno alla quale si intrecciano indissolubilmente storie di vita e spezzoni di esistenze, delle quali vengono descritti i momenti di gloria (cestistica) e gli epiloghi (reali) spesso tragici. Il libro trasuda passione per il basket ma anche amore verso una americanità che a volte stupisce per la sua ingenuità, a volte atterrisce per il suo degrado, ma sempre colpisce per la peculiarità dei personaggi, in una realtà che risulta spesso e volentieri molto lontana dal concetto di American Dream.
Black Jesus è sì un libro di storie di sport ma Buffa scrive così bene, e l'America descritta è così affascinante, che non si può non concedergli la dignità di Libro vero e proprio, e non si può che consigliarne la lettura a chiunque.








permalink | inviato da il 6/12/2006 alle 12:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



22 novembre 2006

THOMAS MANN - I Buddenbrook (1901)


Scritto nel 1901, I Buddenbrook è il primo romanzo di Thomas Mann, ed anche il migliore. Caposaldo della letteratura di fine Ottocento/inizio Novecento, esprime, attraverso la cronaca della decadenza della famiglia borghese dei Buddenbrook, il cambiamento, sia sociale che soprattutto di mentalità, che il nuovo secolo porta con sè. La borghesia tedesca è in declino, nuovi classi emergono, si assiste ad un crollo di valori e di convinzioni, l'industrializzazione avanza, causando una trasformazione della struttura sociale, e nei Buddenbrook si ritrovano quelle angosce e quei dubbi che sono figli del periodo storico. Dalla fondazione della ditta Buddenbrook, a metà del '700 ad opera del capostipite Johann senior, al 1835, data di apertura del romanzo, molte cose sono cambiate. Il figlio Jean ha preso le redini della ditta ma, sebbene il suo comportamento in ambito affaristico sia simile a quello del padre, la sua convinzione non è altrettanto forte. Dubbi iniziano ad insinuarsi riguardo all'eticità del suo operato, le convinzioni del padre iniziano a venire meno in lui, profondamente religioso. Nel nipote di Johann, Thomas, la disgregazione dei valori settecento-ottocenteschi è ormai completata: Thomas è una persona profondamente insicura, che assiste al declino della ditta senza avere la forza mentale e la convinzione necessaria per imprimere una svolta. In lui i valori posseduti dal nonno sono totalmente scomparsi. Quello che è rimasto è la paura nei confronti di un mondo che percepisce come ostile, stretto com'è tra dei valori familiari che non sente più suoi ed una società che, nel suo cambiamento, sta tagliando fuori la sua classe sociale. Trova solo un ingannevole conforto in un contegno che tenta compulsivamente di dare a sè stesso e alla sua famiglia, e in una ossessiva salvaguardia della sua dignità borghese, nonostante il declino economico. E' comunque un personaggio profondamente infelice, interiormente turbato ed in un certo senso attratto e respinto allo stesso modo dall'idea della morte e dell'annientamento, di cui evidentemente è specchio la decadenza e la fine ultima della ditta familiare. Il figlio Hanno rappresenta l'esasperazione dei dubbi di Thomas, portati al massimo livello  e diventati ormai così forti e permeanti da rendere impossibile una vita normale. Hanno si trova stretto tra l'amore per la morte e quello per la musica, in un totale distacco dalla realtà che alla fine lo porterà ad una morte prematura. Una introspezione accentuata ed una forma di alienazione dalla realtà sono sentimenti provati da tutti i membri della famiglia Buddenbrook, sentimenti nei confronti dei quali ognuno ha una posizione personale, figlia anche delle certezze (o incertezze) dell'epoca storica di riferimento. In Johann è salda la fiducia in un ordine sociale solido, come era quello di metà Settecento, e il suo approccio risulta infatti privo dei dubbi che affliggeranno i suoi discendenti. Jean cerca conforto nella religione, Thomas nella ossessiva ricerca del contegno, di una sicurezza di facciata da opporre allo sfaldamento dei suoi valori personali interiori e della società intorno a lui. Hanno invece non riesce ad opporre alcun tipo di resistenza, e infatti perisce.
La scrittura di Mann è come al solito estremamente efficace, c'è una cura tutta ottocentesca nelle descrizioni, nel tratteggiare i tormenti interiori dei Buddenbrook, nel raccontare, attraverso i cambiamenti all'interno di una famiglia, gli sconvolgimenti di un'epoca. Un'opera che viene ovviamente considerata un capolavoro, sia per le sue qualità più puramente letterarie che per la sua capacità di offrirci una visuale interna di un fenomeno di trasformazione sociale rimarchevole come quello di inizio Novecento.

Indice di indimenticabilità: 1




permalink | inviato da il 22/11/2006 alle 12:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


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