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AMORPHIS - Silent Waters
AT THE DRIVE-IN - Relationship of command
CIRCUS MAXIMUS - 1st Chapter
CIRCUS MAXIMUS - Isolate
DREAM THEATER - Metropolis pt.II: Scenes from a memory
DREDG - Catch without arms
EMERSON, LAKE & PALMER - Brain Salad Surgery
KING CRIMSON - In the court of the crimson king
MANOWAR - Gods of War
MARILLION - Anoraknophobia
MARILLION - Brave
MISANTHROPE - Visionnaire
MUSE - Black holes and revelations
ORPHANED LAND - Mabool
PORCUPINE TREE - The Incident
QUEENSRYCHE - Empire
QUEENSRYCHE - Hear in the now frontier
RAMMSTEIN - Mutter
SETH LAKEMAN - Freedom fields
SNOW PATROL - Eyes open
TESTAMENT - the Gathering
THE FRATELLIS - Costello music
THE TEA PARTY - Tangents: The Tea Party collection
TOOL - Lateralus
THRICE - Veisshu
TRANS-SIBERIAN ORCHESTRA - Christmas Eve and other stories/The Christmas attic
WARREL DANE - Praises to the war machine


Film recensiti:

300
V per Vendetta


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FEDERICO BUFFA - Black Jesus
LUIGI GUARNIERI - I Sentieri del cielo
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Le tracce che ho ascoltato recentemente:





Il mondo è diverso, se lo vivi di traverso ;-)












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30 novembre 2006

THE TEA PARTY - Tangents: The Tea Party collection (2000)



Tangents, tanto per cominciare, non è un album di inediti ma una raccolta, uscita nel 2000, contenente il meglio dei primi (quasi) dieci anni di vita dei Tea Party, unitamente ad alcune rarità. Perchè un best e non un album in particolare? Innanzitutto perchè i Tea Party sono pressocchè sconosciuti da noi ed un best è sempre un buon biglietto da visita, ed in secondo luogo perchè la discografia dei canadesi è molto solida, che è una maniera educata per dire che hanno prodotto alcuni buoni (anche ottimi) album ma nessun capolavoro che spicchi particolarmente. Nonostante ciò sono gruppo degno di attenzione, per una formula sonora abbastanza atipica, sebbene a tratti troppo manieristica. Già leggendo la lunga lista di strumenti suonata da Jeff Martin (chitarra, sitar, organetto, arpa) e dal suo degno compare Stuart Chatwood (basso, tastiera, mandolino e harmonium), ai quali si aggiunge il batterista Jeff Burrows, si ha l'idea che ci si troverà di fronte ad una musica ricca di influenze diverse, dalla celtica alla mediorientale alla indiana. E così effettivamente è, con tali influenze che si  vanno ad incastonare su di una solida base rock, a tratti sfociante addirittura nell'industrial. Risultano anche chiari i riferimenti agli Zeppelin, soprattutto dei loro lavori più psichedelici e misticheggianti.

Il loro secondo lavoro, Splendor Solis, del 1993, si rivela un grande successo in patria ed è l'album che li fa conoscere anche all'estero. L'album è valido anche se non eccezionale e propone alcuni momenti meritevoli, come le belle Save Me e The River, presenti in questa raccolta in versioni alternative, ma è forse un po' troppo pretenzioso e a volte finisce per uscire fuori traccia. Ben migliore, a parere di chi scrive, è Transmission, del 1997, qui presente in massa con Temptation, Psychopomp, Aftermath e Babylon, tutte effettivamente degne di nota, anche se inspiegabile risulta l'assenza della title-track, uno dei pezzi migliori del trio canadese. Le sonorità in questi pezzi si fanno più pesanti, con un suono forse un po' più cupo, a richiamare quelle influenze industrial di cui si è parlato. Sempre presenti sono comunque le aperture melodiche e massiccio è l'uso di arpeggi di stampo mediorientale, il tutto a definire un'atmosfera sonora che ricorda certe ambientazioni in stile Buddha Bar, seppure in versione rock. Menzione d'onore per Sister Awake, tratta da The Edges of Twilight, vera e propria suite progressive condensata in poco meno di sei minuti, splendida canzone che monta piano, dopo un inizio arpeggiato in sitar, per sfociare in un rock dal flavour indiano davvero notevole.
Tra le rarità qui incluse risulta apprezzabile Lifeline, in tipico stile Tea Party, mentre è assolutamente inutile l'ennesima cover di Paint it Black degli Stones, inspiegabilmente coverizzata migliaia di volte da migliaia di gruppi diversi, con risultati ogni volta peggiori.

In conclusione, i Tea Party potranno non essere ricordati dai nostri figli e dai figli dei nostri figli, ma noi faremmo comunque bene a dare una rinfrescata ogni tanto a quanto di buono prodotto da una band onesta e coerente, e questo best of ce ne dà l'opportunità, con una selezione sufficientemente esuastiva dei momenti migliori della loro discografia.

PS: Occhio al nuovo corso della band, che sembra molto promettente.





29 novembre 2006

SETH LAKEMAN - Freedom Fields (2006)



Ammetto di aver ignorato completamente l'esistenza di Seth Lakeman fino a quando non ho sentito in giro la splendida Lady of the Sea. Ed è un vero peccato, perchè il ragazzo ci sa fare, e molto. Autore di un gradevolissimo folk, Lakeman ci delizia in questo suo terzo lavoro con una serie di canzoni dalla struttura semplice e dalle atmosfere a tratti medievaleggianti, per un album che nel complesso si attesta su ottimi livelli. Interamente acustico, con il violino a fare capolino qua e là, come ad esempio nella già citata Lady of the Sea, ed una splendida voce femminile ad impreziosire una traccia delicata e toccante come King and Country, Freedom Fields è stato una piacevolissima scoperta. La notevole 1643, che insieme alla seguente e ritmata Riflemen of War costituisce un dittico ispirato alla guerra civile inglese, merita la citazione anche per la chiusura affidata ad un gioco di cori da applausi, mentre in Setting of the Sun pare di cogliere più di un riferimento al Bob Dylan acustico degli esordi.
Tocca anche ammettere di non essere un grande conoscitore di folk ma Seth Lakeman si lascia ascoltare con estrema facilità anche da orecchie profane, e l'impressione è che l'artista britannico possa davvero essere colui che porterà questo genere, tradizionalmente di nicchia, al grande pubblico. E' giovane, è piacente, ha carisma da vendere, e se non si lascerà traviare dalle sirene del successo su larga scala, che a questo punto pare inevitabile, potrà davvero regalarci altre sorprese nel corso della sua si spera lunga carriera. La sicurezza di Lakeman nel muoversi in un territorio generalmente poco frequentato da artisti della sua età è notevole e trova conferma nell'ottimo livello della prestazione live, di cui ci è data testimonianza nel cd addizionale contenente Lady of the Sea, interpretata impeccabilmente, e Ye Mariners All, risalente al suo primo lavoro.
In conclusione, un album di pregevole fattura per un giovane artista di talento, da seguire con attenzione anche perchè chi, nell'anno domini 2006, ha il coraggio di suonare acustico, e qui Seth Lakeman è in valida compagnia di personaggi come Badly Drawn Boy e Jack Johnson, merita rispetto a prescindere.





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28 novembre 2006

AT THE DRIVE-IN - Relationship of Command (2000)



Gli At the Drive-In sono una delle band fondamentali degli anni '90, così come i Mars Volta dei Drive-Iniani Cedric Bixler (voce) e Omar Rodriguez (chitarra) lo sono degli anni 2000. Originari di El Paso,Texas, gli At the Drive-In pubblicano questo Relationship of Command un anno dopo il sorprendente EP Vaya, che aveva giustamente portato alla ribalta il nome di una band che già da qualche anno percorreva una tortuosa e coraggiosa strada fatta di contaminazioni e innovazione. Con Vaya gli ATD-I sembrano essere finalmente arrivati a destinazione: le ritmiche folli e l'intensità tipiche dei primi album si cristallizzano in canzoni (a loro modo) più equilibrate, in uno stile sonoro atipico e che sorprende ad ogni passaggio. Vaya lascia pubblico e critica con l'acquolina in bocca, in pregustazione di cosa la band potrà proporre con il nuovo full-length album, dopo un lavoro di tale altissimo livello.
Relationship of Command riesce a non deludere le aspettative, anzi, in realtà va ben oltre. Lo diciamo subito, per non lasciare spazio a dubbi: l'album è un capolavoro assoluto, qualsiasi commento viene dopo questa dato di fatto. Viene onestamente difficile pensare ad altri album che siano riusciti con altrettanto successo nell'improbo compito di combinare uno stile personalissimo (e che stile!) con una tale efficacia dal punto di vista della qualità del songwriting. L'aggressività è la solita, la follia anche, sia nelle ritmiche che nelle linee vocali, ma qui questa follia viene incredibilmente costretta in ambiti di razionalità. Questo è un album deviato, e non dovrebbe in nessun modo suonare così... giusto, come invece fa. Linee vocali passate al frullatore, tempi che rispondono ad una logica tutta loro, discordanze, gli At the Drive-In tirano la corda fino al punto massimo (e a volte oltre) ma riescono a non spezzarla, e il risultato è una serie di canzoni memorabili, da One-Armed Scissor a Quarantined, da Sleepwalk Capsules a Rolodex Propaganda (con ospitata di Iggy Pop, uno che di pazzia se ne intende). Bixler ci mette abbondantemente del suo, rendendosi autore di una interpretazione canora nervosa e al limite della sanità mentale, densa di una partecipazione che personalmente non sentivo dai tempi di quella di Devin Townsend in Sex&Religion di Steve Vai. Non fatevi sfuggire questo album per nulla al mondo, e se mai per qualche strano motivo non dovesse piacervi, fidatevi, è colpa vostra.
Purtroppo Relationship of Command, ormai risalente a sei anni fa, resta a tutt'oggi l'ultima opera degli At the Drive-In. Il loro percorso musicale però continua idealmente nei già citati Mars Volta dei fuoriusciti Bixler e Rodriguez, band altrettanto geniale e altamente consigliata.

PS: se mai doveste per caso incontrare Bixler, prima stringetegli la mano e complimentatevi ma poi chiamate subito la neuro, uno così non può andare in giro liberamente.






permalink | inviato da il 28/11/2006 alle 17:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa



28 novembre 2006

THRICE - Veisshu (2005)



I Thrice a prima vista possono sembrare una tipica band post-hardcore, e non sarebbe una definizione troppo sbagliata. La band californiana infatti risponde a tutti i clichè (non solo musicali) del caso, dalla frequentazione degli skate-park ai tour con esponenti del genere quali Midtown e Face to Face, passando per una fugace apparizione all'obbligatorio Warped Tour. Sebbene l'emo-core sia ormai in piena crisi creativa, questi Thrice riescono però a sfornare un album ambizioso e che per certi versi va oltre le convenzioni di un genere iper-abusato. Intendiamoci, va oltre ma non se ne distacca, perchè le vocals hardcore ci sono tutte così come i break melodici più emo, ma qua e là si intravedono degli spunti creativi che potrebbero assicurare alla band un futuro roseo. Veisshu è infatti un album sorprendentemente bello, più profondo e meno immediato di quanto ci si potrebbe aspettare. Spuntano a tratti dissonanze in stile At the Drive-In (in For Miles e Like Moths to Flame), cori quasi da black music (The Earth Will Shake), linee vocali personali (Of Dust and Nations) e più in generale una volontà di sperimentare che pone i Thrice ai confini del genere. La speranza è che la sperimentazione prosegua, e che la band possa in futuro proporre qualcosa di completamente innovativo. Nell'attesa, Veisshu risulta comunque più che gradevole. Alla fine certe sonorità hardcore non dispiacciono, così come l'emo, se ben fatto, riesce ancora dire la sua, e in quest'album tutto è mediamente molto ben fatto. Per ora lo prendiamo come un ottimo album post-hardcore, con quel qualcosa in più (raro in questi ambiti) che ci fa sperare in un futuro salto di qualità, che non può prescindere dall'abbandono di certi stereotipi in favore di un approccio più personale. Che siano i prossimi Incubus?





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25 novembre 2006

QUEENSRYCHE - Empire (1990)



La band di Seattle pubblica questo Empire nel 1990, subito dopo il suo capolavoro Operation: Mindcrime. Si può immaginare la difficoltà in cui può trovarsi un gruppo nel produrre un degno successore ad uno dei lavori metal più fondamentali e seminali degli anni '80, se non di sempre, oltre che dall'immenso successo commerciale. IQueensrÿche, tuttavia, riescono nel difficile compito di non deludere, con un album che, sebbene non a livello del precedente (ma questo sarebbe stato impossibile), dimostra che la classe e la raffinatezza che straborda dai solchi di Operation: Mindcrime non è frutto del caso o di un momento estemporaneo di ispirazione divina, ma è parte del patrimonio genetico di una band che purtroppo resterà sulla breccia meno a lungo di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi. Sebbene all'inizio accorpati al femonemo street, in compagnia di band come Motley Crue o Poison che dominarono il panorama musicale anni '80, iQueensrÿche dimostrarono rapidamente di essere fatti di ben altra pasta. Là dove le citate street metal band si sifacevano a gruppi sleazy come Kiss o Aerosmith, iQueensrÿche rappresentavano invece un idealeponte di mezzo tra la New Wave Of British Heavy Metal e sonorità più raffinate, tipiche di certo rock anni '70 più pop-oriented, a là Queen o Pink Floyd, il tutto condito con una certa dose di virtuosismo strumentale di impronta Van Halen. Nel corso dei primi due album si assiste ad uno spostamento delle sonorità in ambiti maggiormente progressive, con l'apice raggiunto con il già citato Operation: Mindcrime, disco ambizioso, con arrangiamenti orchestrali curati da Michael Kamen, che mette d'accordo critica e grande pubblico.
Con Empire i
Queensrÿche erano chiamati alla conferma. Il risultato è un album di grande successo commerciale, doppio platino negli USA, trainato dallo splendido singolo Silent Lucidity. Il geniale chitarrista Chris DeGarmo si dimostra in forma come non mai e Geoff Tate ci offre ancora una strabiliante prestazione vocale, per un cantante la cui influenza nel definire un determinato stile canoro è stata ed è ancora immensa. Il songwriting si assesta sugli ormai soliti alti livelli, con canzoni elaborate e raffinate, concettuali, come la title-track Empire o la conclusiva Anibody Listening?, ma non manca di assestare qualche colpo di più facile presa, a partire dall'opener Best I Can, passando per la ruffiana Jet City Woman e arrivando al già citato singolo Silent Lucidity, splendida ballata rock. Nel complesso siamo di fronte ad un ottimo album, prodotto da una band dalla personalità eccezionale e dalla classe fuori dal comune, all'epoca ancora all'apice della propria creatività. Verrebbe da dire che al giorno d'oggi album come questo, elaborato senza essere involuto, decisamente rock senza suonare troppo pesante, non se ne producono più. Oggi le band metal, da un lato, inseguendo la moda imperante, tendono a picchiare molto più duro di quanto facessero all'epoca iQueensrÿche, perdendo a volte in ricercatezza, e dall'altro lato le band rock di grande successo non hanno un decimo dell'abilità compositiva e della classe dei 'rÿche.
Quest'album segnerà purtroppo una sorta di spartiacque nella carriera della band di Seattle. Il fenomeno grunge, sviluppatosi proprio nella loro città natale, spazzerà via gran parte della fan-base dei
Queensrÿche, così come avrà influenze catastrofiche su tutto un genere musicale. Il successivo Promised Land riuscirà comunque a conseguire un discreto successo commerciale ma aprirà critiche interminabili sulla svolta verso sonorità più pop intrapresa dalla band, e tali critiche porteranno poi alla fuoriuscita di DeGarmo dal gruppo, e alla fine di un'era.





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24 novembre 2006

SNOW PATROL - Eyes open (2006)



Gli Snow Patrol sono una band interessante. Delicati e soffusi quanto i Kings of Convenience senza essere altrettanto depressivi, raffinati come i Coldplay, con in più quell'appeal alternative che non guasta. Giunti al quarto album, i tre britannici proseguono nel loro percorso musicale, dopo il precedente Final Straw che aveva riscosso un discreto successo anche negli Stati Uniti. Questo Eyes Open risulta essere ancora un album molto rilassante, fatto di melodie leggere e sussurrate, eppure estremamente garage nei suoni. Gli Snow Patrol sono un gruppo indie rock che suona con il volume al minimo, e la dolcezza delle canzoni è in contrasto con una certa ruvidezza di fondo dei suoni, ruvidezza forse meno evidente oggi che in passato ma che comunque serve a collocare chiaramente le origini della band in quel filone di musica elettrica alternativa che tanti adepti ha trovato, negli ultimi anni, nel Regno Unito. Il cantante e songwriter Gary Lightbody ci regala nuovamente un insieme di canzoni emozionanti, scritte con il cuore, senza però per questo suonare sdolcinate o noiose. Dalla sognante Make This Go On Forever alla quasi Bristoliana Set the Fire to the Third Bar, l'album passa via rapido. I momenti degni di nota sono davvero molti, Shut Your Eyes, il singolo di successo Chasing Cars, la sussurrata e splendida You Could Be Happy... Il consiglio è di prestare attenzione a questi Snow Patrol, il talento c'è ed è abbondante, chissà che non ci regalino, prima o poi, un vero e proprio capolavoro.





24 novembre 2006

THE FRATELLIS - Costello Music (2006)



Ma che gran bell'album! La buona musica si può anche nascondere dietro monicker improbabili e copertine mediamente anonime. I tre scozzesi si muovono su sonorità indie e presentano un chiaro background ska-punk, pur essendo riusciti a creare uno stile molto personale ed efficacissimo. Canzoni che vanno a mille all'ora, permeate da un'allegria rara di questi tempi, cori stupidissimi e proprio per questo estremamente azzeccati, ritmi frenetici e ricchi di stoppate, in generale una attitudine fun che riesce a mettere di buon umore dopo pochi minuti di ascolto, ed a volte un po' di spensieratezza musicale è esattamente quello che ci vuole. L'album si mantiene su alti livelli lungo tutta la sua durata, non esistono cali di tensione e di riempitivi non se ne vede l'ombra. Picchi sono costituiti dalla ormai stra-famosa Chelsea Dagger, dalla opener Henrietta, da For the Girl (forse la migliore del lotto), ma è onestamente difficile estrapolare qualche episodio da un lavoro ricco di potenziali singoli. Pur essendo musica facile e diretta, ogni canzone è chiaramente baciata in fronte da una straordinaria ispirazione, quella stessa che si nasconde dietro il successo di ogni album pop di valore, e cioè la capacità di tirare fuori il bello tramite la semplicità. I Fratellis suonano in una maniera tutta loro, che è come forse potrebbero fare dei Mighty Mighty Bosstones in un periodo di esaltazione per gli anni '50, meno ska e più rock ed estremamente più allegri. A volte ricordano anche i nostrani Oliver Onions, con i quali condividono la stessa passione per la canzonetta quasi da luna-park e la stessa geniale stupidità di alcuni pezzi, sia nelle liriche che nelle musiche. In conclusione, un album da ascoltare e riascoltare, divertente dal primo all'ultimo minuto, stupido ma di proposito, un toccasana contro le brutture della quotidianità.





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23 novembre 2006

V per Vendetta (2005)



Basato sull'omonimo capolavoro a fumetti risalente addirittura ai primi anni 80, questo film esce in un periodo storico nel quale le tematiche affrontate dall'autore Alan Moore sono più che mai attuali. Fino a che punto è possibile sacrificare diritti di libertà personale in favore di una maggiore (ipotetica?) sicurezza? Fino a che punto è possibile spingersi, in questa nostra ansia di controllo, senza che la nostra amata democrazia si trasformi in dittatura? Il confine tra le due forme di governo è quanto mai labile. La dittatura ormai non consiste più (o non solo) in un tiranno che utilizza la forza militare per governare. La dittatura, ai giorni nostri, è più subdola e si esercita anche attraverso una sistematica manipolazione del sentimento popolare, per mezzo di un rigido controllo dei mezzi di informazione. La paura diventa la forza motrice da sfruttare per accentrare il potere e ridurre le libertà.
L'azione del film prende luogo in un Regno Unito in cui un regime totalitario ha, per l'appunto, sostituito la democrazia, incapace di garantire sufficiente sicurezza alla nazione dopo che ripetuti attacchi terroristici hanno sconvolto l'opinione pubblica. L'anarchico V, magistralmente interpretato da Hugo Weaving, funge da memoria storica e coscienza di un popolo ormai plagiato dalla stampa di partito e sotto il controllo del regime. V porta sul volto, non a caso, la maschera di Guy Fawkes, il rivoluzionario cattolico mente del fallito Gunpowder Plot, che avrebbe avuto come fine il far esplodere, il 5 Novembre 1605, Westminster Palace, uccidendo contestualmente il re protestante James I. In un crescendo di emozioni, si assiste ad una riedizione in chiave moderna del complotto fawkesiano, questa volta coronato dal successo, e al conseguente rovesciamento del regime, in un finale intenso e commovente.
Il carisma di V, con il suo parlare poetico e toccante, è l'elemento sul quale poggia tutto il film. Un film che, per le tematiche trattate, è un violento pugno nello stomaco. Chi si aspetta la solita pellicola hollywoodiana tutta azione e sparatorie rimarrà sorpreso nel trovarsi di fronte ad un'opera impegnata ed impegnativa, che tocca la sensibilità dello spettatore presentandogli un mondo ipotetico ma mai come in questo momento verosimile. I fratelli Wachowski colpiscono duro, concretizzando le paure di tutti quelli che guardano con preoccupazione agli sviluppi politici del nostro tempo, tratteggiando una società Orwelliana che non può non angosciare. C'è meno azione di quanto sarebbe lecito prevedere. Niente trucchetti in stile Matrix qui, la storia tiene inchiodati alla poltrona esclusivamente per mezzo del suo potere evocativo. E' anche un film coraggioso, in quanto risulta lampante il parallelismo tra il Regno Unito in cui si muove V e gli USA post-11 Settembre. Un film che, come si faceva in tempi più oscuri, utilizza la potente arma della metafora per sferrare un violento attacco al sistema, come e più di quanto probabilmente sarebbe stato possibile fare dicendo le cose apertamente e pubblicamente, che è una libertà che, forse, abbiamo già iniziato a perdere. Speriamo solamente che, per quanto riguarda noi stessi, il processo di lavaggio del cervello non sia già ad uno stadio troppo avanzato. Noi non abbiamo un V che ci ricordi il valore della libertà. Noi dobbiamo farcela da soli.

Indice di indimenticabilità: 1




permalink | inviato da il 23/11/2006 alle 18:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



23 novembre 2006

KING CRIMSON - In the Court of the Crimson King (1969)



1969. A leggere la data di uscita di questo album c'è da non crederci. I King Crimson, gruppo sottovalutatissimo ma dal valore immenso, si presentano al grande pubblico con In the Court of the Crimson King ed è facile immaginarsi, sul viso dell'ascoltatore medio di allora, la stessa espressione terrorizzata e sconvolta disegnata sulla copertina. Vero è che ai tempi nuove sonorità di stampo progressive si stavano iniziando ad affacciare, ma niente raggiunge quanto fatto dai Crimson in questo lavoro. Tutto qui è follia pura, dalla cover alla maniera tutta personale di Robert Fripp di suonare gli accordi tradizionali, arrivando all'opener 21st Century Schizoid Man, canzone-simbolo dell'album, che ancora oggi stupisce e sciocca per la sua... beh, follia, appunto. E pensare che nel '69 i Beatles cantavano Yellow Submarine... che a confronto sembra una canzonetta sanremese, e non me ne vogliano i Beatlesiani. In 21st Century la componente jazz è preponderante, in una commistione rock tra chitarra e fiati fino ad allora inedita. Stoppate, cambi di tempo, dissonanze... in una parola sola, impressionante. Una canzone proveniente direttamente dal futuro.
E' persino inutile soffermarci sull'importanza che questo album riveste nella storia della musica, tanto è lampante la rottura degli schemi pre-esistenti e la creazione di un qualcosa di nuovo. Se 21st Century rappresenta il punto massimo dell'album a livello di pesantezza e aggressività, la follia continua a farla da padrone anche nelle quattro successive e mediamente lunghe tracce, come ad esempio negli ultimi sei minuti di Moonchild, quasi una jam session jazz improvvisata inserita nel contesto di una love song. La conclusiva The Court of the Crimson King, splendida e senza tempo, in un gioco tra acustico ed elettrico e con mellotron e flauto a fare capolino qua e là, tra cori sognanti e break strumentali, è una canzone che da sola vale la discografia di band dell'epoca di ben maggiore successo.
Menzione particolare per il lavoro ai testi di Paul Seinfeld, vero artista della parola, che accompagnerà i Crimson anche nei successivi tre album.
Sia detto per inciso, questo album, e più in generale l'intera discografia dei King Crimson, è l'antitesi del pop. Qui non ci sono motivetti ruffiani fischiettabili sotto la doccia o frangettoni ammiccanti alle ragazzine, qui c'è tanta, tanta sostanza e zero immagine. Non è un album facile oggi, nel 2006 (nessuno dei Crimson lo è), non lo era nel 1969, e questo, unitamente ad una certa auto-indulgenza che li porterà a volte all'esagerazione, è probabilmente costato ai Crimson il grande successo che gruppi meno dotati e meno fondamentali di loro hanno ottenuto, ma la loro importanza e il loro valore non vanno dimenticati.


 




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22 novembre 2006

DREDG - Catch Without Arms (2005)



La band di San Francisco arriva al terzo cd, che segna una sensibile evoluzione nel loro sound. Il loro primo lavoro, Leitmotif, è dichiaratamente progressive, un progressive più in stile Psychotic Waltz che Watchtower o Dream Theater, per intenderci, dai suoni non troppo pesanti ma dalla complessità compositiva elevata e permeato da un grande gusto per la melodia. La voce di Gavin Hayes funge da collante tra ritmiche involute e tempi dispari, incastonata in un sound che attinge un po' dal mondo hardcore, un po' da certe ritmiche mediorientaleggianti, con più di una spruzzata di jazz e una abbondante dose di psichedelia anni 70. Il successivo El Cielo è ancora un album che sfugge alle catalogazioni ma che risulta più accessibile del precedente, in virtù di una maggiore linearità compositiva e di una maggiore aderenza alla forma-canzone tradizionale. La voce di Hayes e il suo particolare modo di cantare acquistano maggiore importanza e le parti più strettamente strumentali diminuiscono in durata.

Con questo Catch Without Arms la trasformazione, sempre nei limiti di un trademark sonoro ormai ben definito, è completata. Le contorsioni compositive sono in gran parte lasciate alle spalle, le canzoni diventano piccole gemme strabordanti personalità e originalità, illuminate dalla superba prestazione canora di Hayes che contribuisce, con il suo cantare etereo, a creare una atmosfera quasi celestiale, sognante, metafisica. E' evidente l'influenza, per quanto riguarda cantato e linee vocali, di Buddy Lackey dei mai troppo rimpianti Psychotic Waltz, non a caso originari della vicina San Diego. Lo stile di Hayes, peraltro comunque molto personale, richiama alla mente in più di una occasione il geniale singer Psicotico e, vista l'eccezionale caratura del richiamo in questione, non può che essere un complimento.

Alla cura tipicamente prog che la band mette nel creare, suono su suono, canzoni ricche di sfaccettature, si affianca in questo album una attenzione quasi pop per la semplicità e le melodie catchy. Sorprendentemente, proprio ora che la loro proposta musicale si è semplificata, risulta ancora più difficile inquadrarla. Semplicemente, non c'è nessuno che oggi suoni come i Dredg. Catch Without Arms è un cd di facile assimilazione e presa istantanea, ma che riesce a regalare emozioni ad ogni nuovo ascolto, ed ogni nuovo ascolto permette di scoprire nuovi elementi della trama musicale intessuta dai Dredg, all'apparenza semplice ma dalla grandissima classe e profondità. Continuano ad affiorare qua e là elementi psichedelici e passaggi jazz, così come c'è spazio per qualche pezzo più aggressivo, ma sono tutte influenze ormai pienamente assimilate dalla band, che le ha interiorizzate al meglio e che si muove con la sicurezza di chi conosce alla perfezione la strada da percorrere.
L'iniziale Ode to the Sun e il singolo Bug Eyes entrano in testa per non uscirne più, e non stancano neanche dopo infiniti ascolti. Sang Real è emozionantemente splendida, ma ogni traccia è eccellente. La migliore? A turno, tutte.

Solidissimi anche dal vivo, dove si dimostrano dotati di grande presenza scenica e originalità. Il loro sound si fa più pesante e la componente psichedelica, peraltro quasi scomparsa nell'ultimo album, ritorna preponderante, ma è uno show godibilissimo dall'inizio alla fine. Perfetta l'esecuzione tecnica.

Miglior uscita discografica del 2005. Così si suona solo in paradiso.




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