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AMORPHIS - Silent Waters
AT THE DRIVE-IN - Relationship of command
CIRCUS MAXIMUS - 1st Chapter
CIRCUS MAXIMUS - Isolate
DREAM THEATER - Metropolis pt.II: Scenes from a memory
DREDG - Catch without arms
EMERSON, LAKE & PALMER - Brain Salad Surgery
KING CRIMSON - In the court of the crimson king
MANOWAR - Gods of War
MARILLION - Anoraknophobia
MARILLION - Brave
MISANTHROPE - Visionnaire
MUSE - Black holes and revelations
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PORCUPINE TREE - The Incident
QUEENSRYCHE - Empire
QUEENSRYCHE - Hear in the now frontier
RAMMSTEIN - Mutter
SETH LAKEMAN - Freedom fields
SNOW PATROL - Eyes open
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THE FRATELLIS - Costello music
THE TEA PARTY - Tangents: The Tea Party collection
TOOL - Lateralus
THRICE - Veisshu
TRANS-SIBERIAN ORCHESTRA - Christmas Eve and other stories/The Christmas attic
WARREL DANE - Praises to the war machine


Film recensiti:

300
V per Vendetta


Libri recensiti:

FEDERICO BUFFA - Black Jesus
LUIGI GUARNIERI - I Sentieri del cielo
STEPHEN KING - La storia di Lisey
THOMAS MANN - I Buddenbrook




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Le tracce che ho ascoltato recentemente:





Il mondo è diverso, se lo vivi di traverso ;-)












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29 dicembre 2006

STEPHEN KING - La storia di Lisey (2006)



Stephen King è indubbiamente da considerare uno dei più grandi scrittori contemporanei. Il "re del brivido" ha da tempo cambiato registro e l'horror degli inizi ha lasciato spazio a storie intimiste, costruite intorno a personaggi splendidamente delineati e credibili. Nessun altro autore è capace di descrivere in maniera così sorprendentemente viva le piccole cose, la normalità, la vita ordinaria, i rapporti interpersonali, i processi di pensiero di persone comuni. La sua innata capacità di comprensione e descrizione della psiche umana, insieme ad una maniera di scrivere estremamente vivace e "down to earth", crea personaggi dalla profondità e complessità notevole, che ricevono da King il dono di una vita propria, perchè è impossibile considerare la Lisey di questo libro, per citarne uno, un parto dell'immaginazione. Lisey esiste, e continua ad esistere anche una volta chiuso il libro.
Ovviamente, oltre a personaggi credibili e scrittura scorrevole, non può essere trascurata l'eccezionale fantasia di King nell'inventare storie sempre in bilico tra realtà e assurdo, ed anche in questo ambito tutto risulta estremamente naturale, come se ogni cosa fosse una logica conseguenza della precedente, anche quando si scivola a folle velocità nell'impossibile. King è infatti un eccellente descrittore della normalità e da sempre i suoi sono libri che parlano delle persone e delle loro reazioni normali alle anormalità con cui vengono a contatto, e non resoconti di avvenimenti ai confini della realtà. Anche nei suoi primi lavori, quando le tematiche affrontate erano molto più a tinte fosche, i personaggi di King sono sempre rimasti ancorati alla realtà, ed è sempre intorno a loro che viene costruita la storia. Gli eventi irrazionali sono un contorno, costituiscono l'ambientazione in cui le persone si muovono, e King è più interessato alla psiche dei suoi personaggi che alla quantità di sangue versato. Personalmente ho infatti sempre faticato ad etichettare uno scrittore del calibro e della profondità di King come horror. Nei suoi libri c'era, e a maggior ragione c'è adesso che da quel genere si è allontanato, molto di più.
La storia di Lisey è uno dei lavori più validi tra gli ultimi del ragazzo (King resta sempre un ragazzo, nonostante l'età) del Maine; già si è accennato dello splendido realismo di Lisey, resta da riportare la meravigliosa vivacità del lessico utilizzato da King, che se spesso è ricorso all'utilizzo di termini inventati per conferire personalità ai suoi protagonisti, raramente lo ha fatto con tale abilità. Il risultato è forcutamente (per usare un Kinghismo) efficace: questo è un libro che non si legge ma si ascolta parlare. Purtroppo non sono riuscito a mettere le mani sulla versione in lingua originale e mi sono dovuto accontentare della traduzione in italiano che, seppur buona, toglie immancabilmente qualcosa alla straordinaria abilità di paroliere di King.
E' inutile soffermarsi sulla trama, peraltro misteriosa come sempre e estremamente coinvolgente: è l'affresco nella sua totalità che fa il capolavoro. I tempi dei grandi lavori maestosi e apocalittici alla It e L'ombra dello scorpione sono passati; qui siamo quasi al minimalismo, ma l'efficacia è rimasta la stessa.
Chi ama King avrà già divorato il libro, chi lo ha sempre guardato con superiore distacco fa ancora in tempo a pentirsi e ad avvicinarsi, attraverso uno dei suoi lavori più maturi, ad un Grande della Letteratura contemporanea.
Ma mi raccomando, non chiamate la cosa con l'infinito fianco variolato...





permalink | inviato da il 29/12/2006 alle 19:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa



24 dicembre 2006

TRANS-SIBERIAN ORCHESTRA - Christmas Eve and other stories/The Christmas Attic (1996-1998)



Il consiglio è sempre quello di fuggire gli album natalizi come la peste ma se a casa vostra proprio non si può fare a meno di mettere su un po' di musica a tema durante le feste e siete stufi marci di Gloria Estefan e Mariah Carey (e come darvi torto), ecco che questi due album dei Trans-Siberian Orchestra potrebbero venirvi in aiuto.

Christmas Eve and other stories
è datato 1996 ed è il primo prodotto di questo ensemble che unisce produttore ed alcuni membri dei Savatage ad una orchestra di 60 elementi. Il gruppo ha avuto un notevole successo negli Stati Uniti, paese che sotto Natale vede il fiorire di un numero pressocchè infinito di uscite a tema, a dire il vero spesso di qualità infima. Le varie canzoni di Christmas Eve and other stories, riarrangiamenti di famosi pezzi della tradizione americana (come O come ye all faithfull, The first Noel, O Holy Night) e riproposizioni rock di composizioni di musica classica, sono unite da un unico filo conduttore, una storia ovviamente a tema natalizio, peraltro abbastanza toccante e ben raccontata, e si rivelano invece una piacevole sorpresa, che riuscirà a mettere d'accordo rockettari  e non. Si tratta infatti di musica ottimamente suonata e riarrangiata in maniera estremamente personale, con temi musicali notissimi che vengono qui riproposti in una veste inedita, per un prodotto finale raffinato e gradevole. A dir la verità questo non è un album propriamente merry, a prevalere è piuttosto una atmosfera di sacralità quasi religiosa, si nota che il background dei musicisti coinvolti non è nel pop superficiale ma in un più profondo rock-metal concettuale, che impedisce loro di lasciarsi andare a canzoncine spensierate anche quando l'occasione l'avrebbe probabilmente consigliato. L'album è comunque estremamente gradevole e riusulta piacevolmente ascoltabile anche al di fuori del periodo festivo, per dei contenuti musicali che restano solidi anche se estrapolati dal loro contesto tematico.

Il secondo album contenuto in questo doppio cd (la cui reperibilità in Italia credo sia ormai abbastanza complicata) è The Christmas Attic, seconda opera della Trans-Siberian del 1998, ideale continuazione del discorso cominciato con l'album precedente. Lo stile è fondamentalmente lo stesso ma qui le atmosfere sono meno impegnate, meno seriose, pur mantenendo elevata la qualità generale. Si tratta sempre di ottimo soft rock orchestrale, con numerosi cantanti a scambiarsi il microfono e a cimentarsi con le musiche tradizionali natalizie. Anche in questa occasione sono presenti alcuni pezzi strumentali di pregevole fattura, a conferma della sapienza compositiva dei componenti l'ensemble.

Per evitare di prenderci in giro bisogna comunque ammettere che questi due album sono indubbiamente una operazione commerciale (ma quale non lo è?) rivolta principalmente al mercato statunitense, che sembra gradire in modo particolare questo tipo di prodotti, ma non sono per questo da accantonare, in quanto della ottima musica si nasconde tra i solchi digitali di questi due cd.






permalink | inviato da il 24/12/2006 alle 23:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



14 dicembre 2006

MARILLION - Brave (1994)



Vera e propria icona del progressive, il quintetto inglese ha avuto una influenza enorme su tutta la musica rock, così come enorme ne fu la popolarità a livello mondiale durante gli anni '80. Per rendere l'idea dell'impatto anche culturale che i Marillion ebbero su di una intera decade può essere utile riportare come, all'indomani dell'uscita di Misplaced Childhood nel 1985, in Inghilterra e negli USA si sia registrato un boom di battesimi a nome Kayleigh, dal fortunatissimo singolo traino dell'album.

Fautori di un sound immediatamente riconoscibile, ricercato e raffinato, patinato, i Marillion dimostrarono fin dagli inizi di aver imparato la lezione di fine anni Settanta, impartita al genere prog (e più in generale a tutta la musica) dal movimento punk: niente più tecnicismi esasperati e contorsionismi compositivi, più spazio alla melodia e all'immediatezza. Questo non impedì ai Marillion di confezionare comunque canzoni articolate, indubbiamente progressive nella struttura e nella continua ricerca di nuove forme, ma consentì anche loro di non perdere mai di vista la musicalità e l'orecchiabilità.

La carriera dei britannici viene generalmente divisa in due tronconi: l'era Fish e l'era post-Fish (con una implicita mancanza di considerazione per l'ottimo Steve Hogarth che del grande Fish è stato il sostituto). Mentre della prima si fa a gara a vantare la qualità di lavori come Script for a jester's tear e Fugazi e l'alto valore artistico ed emozionale della figura del frontman Fish, si è invece spesso guardato alla seconda con una sorta di sufficienza, come se, con la dipartita di un membro carismatico come Derek Dick detto Fish, fosse inevitabile per la band imboccare il triste viale del tramonto. La verità è che, sebbene si sia probabilmente perso qualcosa in originalità e anche in genialità "pura", il nuovo corso (per modo di dire, visto che dura ormai da venti anni) dei Marillion è tutt'altro che un tramonto. La band del post-Fish, tolto l'inevitabile periodo di assestamento, suona più equilibrata e, se possibile, perfino più matura. Lungi dal voler qui proporre un confronto tra i due periodi, ci si limita ad affermare l'estrema validità delle opere forse meno note dei Marillion, come questo Brave del 1994. Qui l'ispirazione è quella dei tempi d’oro e il risultato è un concept album maturo e complesso, delicato ed emozionante; un album senza tempo e fuori dalle mode, dove una grandissima musica si fonde con una storia toccante, raccontata splendidamente da testi la cui bellezza e profondità non possono lasciare indifferenti. Le sonorità segnano una virata rock rispetto ai due lavori precedenti, i primi con Hogarth, più pop-oriented, e le composizioni si fanno più ariose e sinfoniche, sebbene il prog di inizi anni '80 sia ormai alle spalle. Brave è un album dalla immensa carica emotiva, che cresce lento per poi esplodere in tutta la sua bellezza. Con un senso di understatement tutto britannico, i Marillion producono qui un capolavoro che non fa rumore, che si fa amare senza farsene accorgere, quasi in punta di piedi. E’ davvero un lavoro che tocca dentro, per lasciare un segno che il tempo non cancella. The great escape, la title-track, Alone again in the lap of luxury, la ipnotica intro Bridge… i momenti memorabili non si contano, ma è ovvio che l’album vada preso nella sua interezza, visto anche che le tracce sono mixate le une con le altre a formare un unico corpo.

Se volete della musica che non sia solo intrattenimento per le orecchie ma anche per l’anima, avete trovato quello che fa per voi. Brave è uno scrigno di emozioni che aspetta solo di essere aperto. Attenzione però, i Marillion non hanno mai suonato così adult-oriented e questo album pretende maturità da parte dell’ascoltatore così come una buona dose del suo tempo, per farsi apprezzare fino in fondo. Il consiglio però è di investire su Brave. Ne vale indubbiamente la pena.





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6 dicembre 2006

EMERSON, LAKE & PALMER - Brain Salad Surgery (1973)



Brain Salad Surgery è l'album di maggior successo di Emerson, Lake & Palmer, e probabilmente già questo sarebbe sufficiente per dare una idea dell'importanza di questa opera. La band di Keith Emerson, Greg Lake e Carl Palmer è stata infatti una delle più fondamentali degli anni '70 e la principale artefice di quel processo che ha portato il progressive rock dall'essere un genere di nicchia a diventare il dominatore incontrastato di una decade.
Gli ELP si formano ufficialmente nel 1970 quando il cantante e bassista Greg Lake prende la decisione di abbandonare i King Crimson e di unirsi al progetto del tastierista Emerson. Ai due si aggiungerà in seguito il batterista Carl Palmer. Autori di un sound fortemente Crimsoniano, perlomeno per ispirazione ed impostazione di base, gli ELP hanno avuto una storia travagliata, sempre in bilico tra gli eccessi di protagonismo di cui, a turno, ognuno dei tre membri si fa portatore. Uno scontro continuo di personalità e di idee musicali che se da un lato produce album di successo come Tarkus e lo stesso Brain Salad Surgery, dall'altro porta ad opere contraddittorie come Works e sarà causa dell'inevitabile scioglimento della band nel 1979, quando l'emergere del fenomeno punk di fatto cancella un certo modo intellettuale e se vogliamo effettivamente anche involuto di fare musica.
Brain Salad Surgery, datato 1973, si inserisce quindi a pieno titolo nel filone del nascente progressive rock; permeato della stessa follia compositiva tipica dei King Crimson, l'album vede tra l'altro la partecipazione di quel Pete Sinfield autore dei testi proprio dei primi album dei Crimson, e anche in questa sede sufficientemente ispirato. Il bellissimo e conturbante artwork curato dall'artista visionario HR Giger fa subito intendere che tematica dominante sarà la science-fiction, scelta che si riflette anche nel tipo di sound, elettronico e spaziale. La conclusiva e lunga (trenta minuti) suite Karn Evil 9 è infatti regno incontrastato di un Emerson mai come stavolta ispirato, autore di una prestazione notevole per maestosità dei suoni e virtuosismo tecnico. Le cinque tracce presenti (con l'eccezione di Benny the Bouncer, francamente modesta) sono tutte ai massimi livelli di quanto prodotto dagli ELP. Toccata è una splendida rielaborazione del primo movimento del Concerto per Pianoforte n°1 di Alberto Ginastera mentre Still... You turn me on è una delicata ballata, oasi di immediatezza in un album difficile e destrutturato. Ecco, probabilmente il difetto principale dell'album è proprio questa eccessiva ricerca della destrutturazione e del virtuosismo compositivo a tutti i costi, cosa che rende il risultato finale un po' troppo annodato su sè stesso, freddo, poco immediato persino per gli standard progressive. Questo non ha comunque impedito che Brain Salad Surgery divenisse un grande successo commerciale, proiettando la band nell'olimpo delle eterne, come testimonia la continua immissione sul mercato, anche a distanza di quasi trent'anni dallo scioglimento della band, di opere a nome ELP.





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6 dicembre 2006

FEDERICO BUFFA - Black Jesus - the anthology (2002)




<<Coach Dave Arsenault: "(...) Poi sono diventato allenatore. Ho studiato il regolamento FIBA e con la storia dei 30 secondi ho pensato che fosse possibile un solo ribaltamento di lato per azione (...) Poi quando hanno portato il limite a 35 secondi anche qui ho elaborato "il Sistema". Questi sono i sacramenti per vincere una partita: 1) la mia squadra deve prendere almeno 94 tiri a partita, di cui la metà devono essere delle triple. 2) i nostri avversari devono perdere almeno 32 palloni. 3) dobbiamo prendere almeno 30 tiri più di loro. 4) dobbiamo segnare in occasione di almeno un terzo dei nostri errori (...) 5) l'ideale nostra situazione è a -10 a dieci minuti dalla fine."
Scientifico. A costo di apparire blasfemo, premesso che mentre annotavo sul taccuino non sempre la penna scorreva senza balzi, direi che la caduta dell'asino sulla via di Damasco di Saul, meglio noto come Paolo di Tarso (poi addirittura popolarissimo come S.Paolo), è il solo episodio che mi sovvenga abbia prodotto un effetto più profondo su mente umana, rispetto al giorno in cui coach Arsenault studiò il regolamento FIBA>>

Imprescindibile per chiunque ami il basket a stelle e strisce, Black Jesus è una lettura che risulta gradevolissima anche per chi sia semplicemente interessato ad approfondire certi aspetti della cultura americana. Il basket in America, sia a livello professionistico che amatoriale, è infatti più di un semplice sport, è uno stile di vita con delle sue regole ben definite, saldamente legate ad un codice della strada tanto anacronistico quanto reale; un mondo dove si vive o si muore per mantenere la propria reputazione, un mondo dove il testosterone si misura a chilate e dove la personalità e l'ego (che infatti è spesso e volentieri smisurato, in quelli che "ce l'hanno fatta") contano almeno quanto le qualità tecniche.
Federico Buffa, forte della sua esperienza di vita negli USA e della sua conoscenza diretta del mondo NBA ma non solo, ci introduce in una realtà per noi italiani assolutamente aliena, tratteggiando ritratti sempre interessanti di un buon numero di personaggi più o meno fondamentali del basket americano, dalle stelle più affermate della lega professionistica ai miti delle high school, con una attenzione particolare per le storie meno conosciute e sempre con il suo stile vivissimo e infarcito di slang e iperboli, per una maniera di scrivere tipicamente americana. Vi abituerete a sentir chiamare "pino" la panchina e "presidenti spirati" i dollari, tanto per citare due esempi, in un tentativo, peraltro riuscitissimo, di trasmettere in italiano l'incredibile vivacità della lingua "da strada" americana, ancor più fondamentale perchè un certo slang cestistico, e si ritorna all'aspetto culturale, è l'unica lingua accettata nei playground, che sono poi i luoghi in cui si formano il 90% dei giocatori professionisti.
Buffa ci guida per mano attraverso una serie interminabile di aneddoti a volte incredibili a volte grotteschi, vissuti in prima persona, in cui la surrealità (ai nostri occhi) di certe situazioni si mischia con l'assoluta nonchalance con la quale queste stesse situazioni vengono vissute dai protagonisti, tracciando nel contempo un ritratto fedele della America di provincia e delle periferie degradate delle metropoli, luoghi in cui la palla a spicchi diventa elemento centrale e attorno alla quale si intrecciano indissolubilmente storie di vita e spezzoni di esistenze, delle quali vengono descritti i momenti di gloria (cestistica) e gli epiloghi (reali) spesso tragici. Il libro trasuda passione per il basket ma anche amore verso una americanità che a volte stupisce per la sua ingenuità, a volte atterrisce per il suo degrado, ma sempre colpisce per la peculiarità dei personaggi, in una realtà che risulta spesso e volentieri molto lontana dal concetto di American Dream.
Black Jesus è sì un libro di storie di sport ma Buffa scrive così bene, e l'America descritta è così affascinante, che non si può non concedergli la dignità di Libro vero e proprio, e non si può che consigliarne la lettura a chiunque.








permalink | inviato da il 6/12/2006 alle 12:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



2 dicembre 2006

DREAM THEATER - Metropolis pt.II: Scenes from a Memory (1999)



Scenes from a Memory, che idealmente completa la storica Metropolis pt.I di Images and Words, della quale vengono infatti richiamati spesso i temi sonori, è un concept album: il protagonista, Nicholas, inizia ad avere visioni di un passato che non è il suo, ne diventa ossessionato, si rende conto che non riuscirà a trovare più una pace interiore fino a quando non capirà a cosa si riferiscono. Si lancia quindi in una disperata indagine all'indietro nel tempo, fino a scoprire che la persona di cui sembra possedere i ricordi è una donna, Victoria, vissuta anni prima e morta in circostanze particolari che verranno rivelate nel corso dell'opera. I testi (e conseguentemente la musica) descrivono lo smarrimento che inizialmente prova il protagonista, vittima di ricordi a lui estranei, sentimento che muta poi in compartecipazione per le vicissitudini di cui fu vittima la donna, e che diventa infine pietà e genuino dolore per la sua morte prematura. Nel corso della sua ricerca il protagonista si rende conto di provare, anzi, di aver provato esattamente quello che ha provato la donna, in una sorta di comunione spirituale che riesce a spiegarsi in una sola maniera: reincarnazione - all that we learn this time (what we have been is what we are) is carried beyond this life. La storia è estremamente toccante e splendidamente raccontata, per quella che veramente si può definire una opera letteraria in musica.
L'arrivo del geniale Jordan Rudess in sostituzione di Derek Sherinian sembra fare miracoli rispetto alla precedente prova su disco, dal punto di vista compositivo; Rudess è certamente più vicino agli altri Theater quanto a gusti musicali e, lungi dal voler addossare a Sherinian tutte le colpe così come dal voler dare a Rudess più meriti di quanti abbia, vista tra l'altro la sua molto limitata partecipazione al processo compositivo di Metropolis pt.II, la presenza di un tastierista più dichiaratamente prog rock è probabilmente allo stesso momento causa ed effetto di un ritorno verso lidi musicali più consoni al quintetto da Berklee.
La prima traccia, Regression, è di introduzione: il protagonista viene ipnotizzato in modo da ricordare la sua vita precedente, e le parole dell'ipnotizzatore sfumano in un bellissimo mini-pezzo acustico, con la voce di LaBrie a trasmettere emozioni eterne - my subconscious mind starts spinning through time, to rejoin the past once again... and as I draw near, the scene becomes clear, like watching my life on a screen... Hello Victoria, so glad to see you, my friend.
La successiva Overture 1928 introduce i temi musicali che verranno poi dipanati e approfonditi nel corso dell'album: è uno di quei pezzi che sono il trademark del Teatro dei Sogni: tecnicissimo, elaborato, emozionante. Il pezzo confluisce in Strange Deja-Vu, in cui il protagonista racconta delle sue sensazioni mentre si immerge nella vita della donna, ricordandone e rivivendone i momenti salienti della vita. La canzone è un susseguirsi di ricordi della vita di Victoria e di pensieri di un Nicholas che non riesce a spiegarsi cosa gli stia succedendo, fino alla realizzazione finale - all that I take with me is all you've left behind, we're sharing one eternity, living in two minds, linked by an endless thread, impossible to break.
Da qui in poi si vedrà Nicholas muoversi nel suo tempo alla ricerca della verità mentre i ricordi di Victoria, che si affacciano a poco a poco nella sua mente, si fanno sempre più pressanti ed estesi, aggiungendo nuovi pezzi al puzzle fino a delinearne l'inevitabile finale, che qui non riveliamo - ...but remember that death is not the end, but only a transition.
Inutile dire che musicalmente l'album è di altissimo livello. Non ci sono cali di tensione di nessun tipo, ogni canzone è splendida e perfettamente adeguata alla storia e al contesto musicale che la precede e la segue. L'intero album è un corpo unico, praticamente una unica lunghissima suite, tra richiami alla prima Metropolis, parti che si rincorrono e si ripetono ora uguali ora diverse, in una armonia senza precedenti. Inutile anche aggiungere che il livello tecnico è come sempre entusiasmante, e chiunque abbia visto uno spartito di una qualsiasi canzone dei Dream Theater sa di cosa sto parlando. I cinque, e soprattutto Portnoy, non sono di questo mondo, ma questo effettivamente si sapeva già.
Esiste anche un dvd, dal non troppo fantasioso titolo di Metropolis 2000: Scenes from New York, in cui i nostri suonano tutto d'un fiato e dal vivo l'intero cd. Anche in questo caso pare perfino inutile consigliarne l'acquisto ad occhi chiusi. I cinque-diecimila fortunati che erano con me al Forum di Assago ad assistere alla data italiana dello stesso tour condivideranno.
Concludendo, Scenes from a Memory, tra l'altro grande successo commerciale che ha portato i Theater ai primi posti in classifica persino in quel regno della canzonetta che è l'Italia, è un album pretenzioso ma che dà esattamente quello che promette, it delivers, per dirla alla americana: ha l'incedere e la presunzione del grande capolavoro, ed effettivamente lo è. Ascoltatelo con la dovuta pazienza e non ve ne pentirete.






permalink | inviato da il 2/12/2006 alle 1:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa



1 dicembre 2006

RAMMSTEIN - Mutter (2001)



I Rammstein sono una band controversa, amata e odiata allo stesso modo. C'è da dire che le loro esibizioni live "poco ortodosse", le liriche spesso pornografiche (nel vero senso della parola) e il loro particolare sound, industrial fino all'esasperazione, non hanno di certo contribuito a rendere la loro immagine molto mainstream. A complicare le cose, incontrollate voci di una fede politica di estrema destra hanno fomentato polemiche a non finire, come se un gruppo tedesco che canta in tedesco e fa musica che suona molto marziale non possa che essere filo-nazista. Queste voci sono state più e più volte smentite dalla band stessa (anche in questo album, con la canzone Links 2,3,4 - vogliono il mio cuore a destra ma ho controllato, e batte a sinistra) ma onestamente la cosa ci interessa poco, fintanto che la musica continua ad essere di così alta qualità.
Il sound dei Rammstein è estremamente personale, una sorta di marcia militare molto cadenzata, dalle sonorità techno-industrial e dalle insospettabili aperture melodiche, con cori potenti e anthemici e l'utilizzo saltuario di effetti sonori delicati ma sempre freddi, futuristici, meccanici. Ecco, l'idea che danno è alternativamente quella di un esercito in marcia o di un enorme macchinario industriale in funzione... non esattamente la colonna sonora per una serata romantica, anche se, e in questo Mutter ce ne sono validi esempi, alcuni pezzi suonano dolcissimi, seppur pregni di un sentimento di disperazione che non li rende di certo easy listening, come la title-track Mutter (madre), con un testo-shock che merita una lettura attenta. Il trademark sonoro resta lo stesso dei due precedenti album ma i Rammstein in questo terzo lavoro danno alla luce canzoni più profonde, più ariose, e si permettono il lusso di proporre pezzi lenti come la già citata Mutter o la splendida Sonne, davvero da applausi, con un coro fortemente evocativo ed una chiusura affidata ad un vocalizzo femminile da brividi. Aggressività quindi, ma non solo. Il sestetto tedesco dimostra di poter comunicare altro, anche se sono sempre emozioni oscure, negative. La freddezza sonora, il distacco meccanico che trasmettono i Rammstein è secondo solo a quanto proposto dai Fear Factory. Intendiamoci, la loro musica è anche estremamente trascinante e coinvolgente, come testimoniato dalle travolgenti esibizioni live, è il feeling complessivo a comunicare una violenza, di certo acuita dal cantato in tedesco, quasi di stampo nichilista.
Questo album, risalente al 2001, resta il migliore prodotto dai Rammstein ed è indubbiamente un ascolto molto valido, per una band che riassume in sè molti aspetti del lato più oscuro dell'animo umano.

PS: per una traduzione (in inglese) attendibile delle liriche dei primi album dei Rammstein, potete visitare http://www.herzeleid.com






permalink | inviato da il 1/12/2006 alle 11:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa


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