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29 dicembre 2006

STEPHEN KING - La storia di Lisey (2006)



Stephen King è indubbiamente da considerare uno dei più grandi scrittori contemporanei. Il "re del brivido" ha da tempo cambiato registro e l'horror degli inizi ha lasciato spazio a storie intimiste, costruite intorno a personaggi splendidamente delineati e credibili. Nessun altro autore è capace di descrivere in maniera così sorprendentemente viva le piccole cose, la normalità, la vita ordinaria, i rapporti interpersonali, i processi di pensiero di persone comuni. La sua innata capacità di comprensione e descrizione della psiche umana, insieme ad una maniera di scrivere estremamente vivace e "down to earth", crea personaggi dalla profondità e complessità notevole, che ricevono da King il dono di una vita propria, perchè è impossibile considerare la Lisey di questo libro, per citarne uno, un parto dell'immaginazione. Lisey esiste, e continua ad esistere anche una volta chiuso il libro.
Ovviamente, oltre a personaggi credibili e scrittura scorrevole, non può essere trascurata l'eccezionale fantasia di King nell'inventare storie sempre in bilico tra realtà e assurdo, ed anche in questo ambito tutto risulta estremamente naturale, come se ogni cosa fosse una logica conseguenza della precedente, anche quando si scivola a folle velocità nell'impossibile. King è infatti un eccellente descrittore della normalità e da sempre i suoi sono libri che parlano delle persone e delle loro reazioni normali alle anormalità con cui vengono a contatto, e non resoconti di avvenimenti ai confini della realtà. Anche nei suoi primi lavori, quando le tematiche affrontate erano molto più a tinte fosche, i personaggi di King sono sempre rimasti ancorati alla realtà, ed è sempre intorno a loro che viene costruita la storia. Gli eventi irrazionali sono un contorno, costituiscono l'ambientazione in cui le persone si muovono, e King è più interessato alla psiche dei suoi personaggi che alla quantità di sangue versato. Personalmente ho infatti sempre faticato ad etichettare uno scrittore del calibro e della profondità di King come horror. Nei suoi libri c'era, e a maggior ragione c'è adesso che da quel genere si è allontanato, molto di più.
La storia di Lisey è uno dei lavori più validi tra gli ultimi del ragazzo (King resta sempre un ragazzo, nonostante l'età) del Maine; già si è accennato dello splendido realismo di Lisey, resta da riportare la meravigliosa vivacità del lessico utilizzato da King, che se spesso è ricorso all'utilizzo di termini inventati per conferire personalità ai suoi protagonisti, raramente lo ha fatto con tale abilità. Il risultato è forcutamente (per usare un Kinghismo) efficace: questo è un libro che non si legge ma si ascolta parlare. Purtroppo non sono riuscito a mettere le mani sulla versione in lingua originale e mi sono dovuto accontentare della traduzione in italiano che, seppur buona, toglie immancabilmente qualcosa alla straordinaria abilità di paroliere di King.
E' inutile soffermarsi sulla trama, peraltro misteriosa come sempre e estremamente coinvolgente: è l'affresco nella sua totalità che fa il capolavoro. I tempi dei grandi lavori maestosi e apocalittici alla It e L'ombra dello scorpione sono passati; qui siamo quasi al minimalismo, ma l'efficacia è rimasta la stessa.
Chi ama King avrà già divorato il libro, chi lo ha sempre guardato con superiore distacco fa ancora in tempo a pentirsi e ad avvicinarsi, attraverso uno dei suoi lavori più maturi, ad un Grande della Letteratura contemporanea.
Ma mi raccomando, non chiamate la cosa con l'infinito fianco variolato...





permalink | inviato da il 29/12/2006 alle 19:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa



6 dicembre 2006

FEDERICO BUFFA - Black Jesus - the anthology (2002)




<<Coach Dave Arsenault: "(...) Poi sono diventato allenatore. Ho studiato il regolamento FIBA e con la storia dei 30 secondi ho pensato che fosse possibile un solo ribaltamento di lato per azione (...) Poi quando hanno portato il limite a 35 secondi anche qui ho elaborato "il Sistema". Questi sono i sacramenti per vincere una partita: 1) la mia squadra deve prendere almeno 94 tiri a partita, di cui la metà devono essere delle triple. 2) i nostri avversari devono perdere almeno 32 palloni. 3) dobbiamo prendere almeno 30 tiri più di loro. 4) dobbiamo segnare in occasione di almeno un terzo dei nostri errori (...) 5) l'ideale nostra situazione è a -10 a dieci minuti dalla fine."
Scientifico. A costo di apparire blasfemo, premesso che mentre annotavo sul taccuino non sempre la penna scorreva senza balzi, direi che la caduta dell'asino sulla via di Damasco di Saul, meglio noto come Paolo di Tarso (poi addirittura popolarissimo come S.Paolo), è il solo episodio che mi sovvenga abbia prodotto un effetto più profondo su mente umana, rispetto al giorno in cui coach Arsenault studiò il regolamento FIBA>>

Imprescindibile per chiunque ami il basket a stelle e strisce, Black Jesus è una lettura che risulta gradevolissima anche per chi sia semplicemente interessato ad approfondire certi aspetti della cultura americana. Il basket in America, sia a livello professionistico che amatoriale, è infatti più di un semplice sport, è uno stile di vita con delle sue regole ben definite, saldamente legate ad un codice della strada tanto anacronistico quanto reale; un mondo dove si vive o si muore per mantenere la propria reputazione, un mondo dove il testosterone si misura a chilate e dove la personalità e l'ego (che infatti è spesso e volentieri smisurato, in quelli che "ce l'hanno fatta") contano almeno quanto le qualità tecniche.
Federico Buffa, forte della sua esperienza di vita negli USA e della sua conoscenza diretta del mondo NBA ma non solo, ci introduce in una realtà per noi italiani assolutamente aliena, tratteggiando ritratti sempre interessanti di un buon numero di personaggi più o meno fondamentali del basket americano, dalle stelle più affermate della lega professionistica ai miti delle high school, con una attenzione particolare per le storie meno conosciute e sempre con il suo stile vivissimo e infarcito di slang e iperboli, per una maniera di scrivere tipicamente americana. Vi abituerete a sentir chiamare "pino" la panchina e "presidenti spirati" i dollari, tanto per citare due esempi, in un tentativo, peraltro riuscitissimo, di trasmettere in italiano l'incredibile vivacità della lingua "da strada" americana, ancor più fondamentale perchè un certo slang cestistico, e si ritorna all'aspetto culturale, è l'unica lingua accettata nei playground, che sono poi i luoghi in cui si formano il 90% dei giocatori professionisti.
Buffa ci guida per mano attraverso una serie interminabile di aneddoti a volte incredibili a volte grotteschi, vissuti in prima persona, in cui la surrealità (ai nostri occhi) di certe situazioni si mischia con l'assoluta nonchalance con la quale queste stesse situazioni vengono vissute dai protagonisti, tracciando nel contempo un ritratto fedele della America di provincia e delle periferie degradate delle metropoli, luoghi in cui la palla a spicchi diventa elemento centrale e attorno alla quale si intrecciano indissolubilmente storie di vita e spezzoni di esistenze, delle quali vengono descritti i momenti di gloria (cestistica) e gli epiloghi (reali) spesso tragici. Il libro trasuda passione per il basket ma anche amore verso una americanità che a volte stupisce per la sua ingenuità, a volte atterrisce per il suo degrado, ma sempre colpisce per la peculiarità dei personaggi, in una realtà che risulta spesso e volentieri molto lontana dal concetto di American Dream.
Black Jesus è sì un libro di storie di sport ma Buffa scrive così bene, e l'America descritta è così affascinante, che non si può non concedergli la dignità di Libro vero e proprio, e non si può che consigliarne la lettura a chiunque.








permalink | inviato da il 6/12/2006 alle 12:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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