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23 novembre 2006

KING CRIMSON - In the Court of the Crimson King (1969)



1969. A leggere la data di uscita di questo album c'è da non crederci. I King Crimson, gruppo sottovalutatissimo ma dal valore immenso, si presentano al grande pubblico con In the Court of the Crimson King ed è facile immaginarsi, sul viso dell'ascoltatore medio di allora, la stessa espressione terrorizzata e sconvolta disegnata sulla copertina. Vero è che ai tempi nuove sonorità di stampo progressive si stavano iniziando ad affacciare, ma niente raggiunge quanto fatto dai Crimson in questo lavoro. Tutto qui è follia pura, dalla cover alla maniera tutta personale di Robert Fripp di suonare gli accordi tradizionali, arrivando all'opener 21st Century Schizoid Man, canzone-simbolo dell'album, che ancora oggi stupisce e sciocca per la sua... beh, follia, appunto. E pensare che nel '69 i Beatles cantavano Yellow Submarine... che a confronto sembra una canzonetta sanremese, e non me ne vogliano i Beatlesiani. In 21st Century la componente jazz è preponderante, in una commistione rock tra chitarra e fiati fino ad allora inedita. Stoppate, cambi di tempo, dissonanze... in una parola sola, impressionante. Una canzone proveniente direttamente dal futuro.
E' persino inutile soffermarci sull'importanza che questo album riveste nella storia della musica, tanto è lampante la rottura degli schemi pre-esistenti e la creazione di un qualcosa di nuovo. Se 21st Century rappresenta il punto massimo dell'album a livello di pesantezza e aggressività, la follia continua a farla da padrone anche nelle quattro successive e mediamente lunghe tracce, come ad esempio negli ultimi sei minuti di Moonchild, quasi una jam session jazz improvvisata inserita nel contesto di una love song. La conclusiva The Court of the Crimson King, splendida e senza tempo, in un gioco tra acustico ed elettrico e con mellotron e flauto a fare capolino qua e là, tra cori sognanti e break strumentali, è una canzone che da sola vale la discografia di band dell'epoca di ben maggiore successo.
Menzione particolare per il lavoro ai testi di Paul Seinfeld, vero artista della parola, che accompagnerà i Crimson anche nei successivi tre album.
Sia detto per inciso, questo album, e più in generale l'intera discografia dei King Crimson, è l'antitesi del pop. Qui non ci sono motivetti ruffiani fischiettabili sotto la doccia o frangettoni ammiccanti alle ragazzine, qui c'è tanta, tanta sostanza e zero immagine. Non è un album facile oggi, nel 2006 (nessuno dei Crimson lo è), non lo era nel 1969, e questo, unitamente ad una certa auto-indulgenza che li porterà a volte all'esagerazione, è probabilmente costato ai Crimson il grande successo che gruppi meno dotati e meno fondamentali di loro hanno ottenuto, ma la loro importanza e il loro valore non vanno dimenticati.


 




permalink | inviato da il 23/11/2006 alle 13:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


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