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THE TEA PARTY - Tangents: The Tea Party collection (2000)



Tangents, tanto per cominciare, non è un album di inediti ma una raccolta, uscita nel 2000, contenente il meglio dei primi (quasi) dieci anni di vita dei Tea Party, unitamente ad alcune rarità. Perchè un best e non un album in particolare? Innanzitutto perchè i Tea Party sono pressocchè sconosciuti da noi ed un best è sempre un buon biglietto da visita, ed in secondo luogo perchè la discografia dei canadesi è molto solida, che è una maniera educata per dire che hanno prodotto alcuni buoni (anche ottimi) album ma nessun capolavoro che spicchi particolarmente. Nonostante ciò sono gruppo degno di attenzione, per una formula sonora abbastanza atipica, sebbene a tratti troppo manieristica. Già leggendo la lunga lista di strumenti suonata da Jeff Martin (chitarra, sitar, organetto, arpa) e dal suo degno compare Stuart Chatwood (basso, tastiera, mandolino e harmonium), ai quali si aggiunge il batterista Jeff Burrows, si ha l'idea che ci si troverà di fronte ad una musica ricca di influenze diverse, dalla celtica alla mediorientale alla indiana. E così effettivamente è, con tali influenze che si  vanno ad incastonare su di una solida base rock, a tratti sfociante addirittura nell'industrial. Risultano anche chiari i riferimenti agli Zeppelin, soprattutto dei loro lavori più psichedelici e misticheggianti.

Il loro secondo lavoro, Splendor Solis, del 1993, si rivela un grande successo in patria ed è l'album che li fa conoscere anche all'estero. L'album è valido anche se non eccezionale e propone alcuni momenti meritevoli, come le belle Save Me e The River, presenti in questa raccolta in versioni alternative, ma è forse un po' troppo pretenzioso e a volte finisce per uscire fuori traccia. Ben migliore, a parere di chi scrive, è Transmission, del 1997, qui presente in massa con Temptation, Psychopomp, Aftermath e Babylon, tutte effettivamente degne di nota, anche se inspiegabile risulta l'assenza della title-track, uno dei pezzi migliori del trio canadese. Le sonorità in questi pezzi si fanno più pesanti, con un suono forse un po' più cupo, a richiamare quelle influenze industrial di cui si è parlato. Sempre presenti sono comunque le aperture melodiche e massiccio è l'uso di arpeggi di stampo mediorientale, il tutto a definire un'atmosfera sonora che ricorda certe ambientazioni in stile Buddha Bar, seppure in versione rock. Menzione d'onore per Sister Awake, tratta da The Edges of Twilight, vera e propria suite progressive condensata in poco meno di sei minuti, splendida canzone che monta piano, dopo un inizio arpeggiato in sitar, per sfociare in un rock dal flavour indiano davvero notevole.
Tra le rarità qui incluse risulta apprezzabile Lifeline, in tipico stile Tea Party, mentre è assolutamente inutile l'ennesima cover di Paint it Black degli Stones, inspiegabilmente coverizzata migliaia di volte da migliaia di gruppi diversi, con risultati ogni volta peggiori.

In conclusione, i Tea Party potranno non essere ricordati dai nostri figli e dai figli dei nostri figli, ma noi faremmo comunque bene a dare una rinfrescata ogni tanto a quanto di buono prodotto da una band onesta e coerente, e questo best of ce ne dà l'opportunità, con una selezione sufficientemente esuastiva dei momenti migliori della loro discografia.

PS: Occhio al nuovo corso della band, che sembra molto promettente.


Pubblicato il 30/11/2006 alle 18.40 nella rubrica Musica.

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