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WARREL DANE - Praises to the war machine (2008)



Praises to the war machine suona esattamente come ci si potrebbe aspettare che suoni l'album solista del cantante dei Nevermore: stesso sound, stessa tonalità, ovviamente stesso, inconfondibile stile canoro della band di origine. Unica, e anche prevedibile, differenza di rilievo è l'estrema semplicità della struttura delle canzoni, se paragonata alle convulsioni Nevermoreiane, con il focus del songwriting chiaramente bloccato sulle linee vocali. L'assenza di Jeff Loomis e soci si fa sentire e, vuoi per scelta, vuoi per necessità, l'aspetto strumentale, preponderante nel tessuto musicale dei Nevermore, resta qui invece in secondo piano, limitato al minimo indispensabile. Intendiamoci, il tappeto sonoro messo giù dagli accompagnatori di Warrel in questa sua avventura solista non demerita in senso assoluto, complice anche una ottima produzione, ma il confronto resta impietoso.


In ogni caso, il risultato delle fatiche di Dane non è per nulla disprezzabile, sebbene sia necessario qualche ascolto per liberarsi dell'impressione di stare ascoltando una radice quadrata dei Nevermore. Una volta sgombrata la mente da paragoni scomodi, si apprezza più facilmente la splendida prestazione offerta dal cantante, sia sotto l'aspetto più strettamente musicale, sia sotto quello interpretativo. Anche la maggiore leggerezza strumentale, intesa da un punto di vista compositivo, a lungo andare diventa un pregio, perchè non distrae dall'eccellente lavoro di Dane dietro al microfono. I momenti migliori dell'album sono quelli più lenti od emozionali, come Let you down, August  o la tematicamente impegnativa Brother, nei quali viene fuori nella sua interezza la travolgente forza interpretativa di Dane. Le canzoni più aggressive, come la opener When we pray o la conclusiva Equilibrium, sebbene riuscite, sono pervase da un profondo senso, probabilmente involontario, di vorrei (suonare come i Nevermore) ma non posso, e finiscono giocoforza per sembrare meno buone di quanto effettivamente siano.

In definitiva, Praises to the war machine è da valutare in maniera positiva, considerato anche che muoversi all'ombra di un nome impegnativo come quello dei geniali Nevermore non è per nulla facile, tanto più se il genere resta grosso modo lo stesso. Più che un progetto a sè stante, questa opera solista di Dane è infatti una variazione sul tema, è un "come suonerebbero i Nevermore se ne eliminassimo la complessità strumentale". La risposta è, suonerebbero come una ottima band normale, senza nulla togliere allo smisurato talento di Dane, oggi più che mai uno dei cantanti - e songwriter - di spicco della scena metal contemporanea.

Pubblicato il 28/7/2008 alle 21.16 nella rubrica Musica.

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